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Aggiornato: 1 ora 11 min fa

Mascherine obbligatorie? Sì, no, forse

4 ore 34 min fa

In Lombardia le deve indossare chiunque esca di casa, in Veneto solo chi va a fare spesa: ogni regione sta decidendo in autonomia.

Regione che vai, regole che trovi

Per cercare di contrastare il nuovo coronavirus, in Lombardia il governatore Attilio Fontana ha reso obbligatorio indossare la mascherina, o comunque una protezione su naso e bocca (anche una sciarpa o un foulard) per tutta la popolazione che si ritrova per un motivo o per un altro fuori di casa.

Anche in Toscana la strada sembra essere quella del rigore, ma con un approccio più graduale: mascherine obbligatorie fuori casa, ma solo dopo che saranno distribuite comune per comune.

In Valle d’Aosta sono obbligatori mascherine e guanti all’interno degli esercizi commerciali.

Insomma: regione che vai, regole che trovi. Poiché in questo ambito mancano regole dettate a livello centrale, sul rendere obbligatorio oppure no per la popolazione “circolante” indossare le mascherine le regioni si stanno muovendo autonomamente, con provvedimenti più o meno restrittivi.

Leggi anche: Mascherine chirurgiche e con valvola, ecco le differenze. Facciamo chiarezza

Se le mascherine mancano, usare una sciarpa o un foulard

In Veneto l’obbligo sussiste solo per accedere nei supermarket e nei mercati all’aperto e al chiuso,  mentre in Alto Adige chi esce di casa deve necessariamente coprire bocca e naso, anche una sciarpa o con uno scaldacollo (l’ordinanza non prevede comunque nessuna multa in caso di inosservanza). Simile discorso anche in Friuli Venezia Giulia, dove per entrare nei negozi è necessario coprire naso e bocca anche con una sciarpa, un foulard o uno scaldacollo, nel caso in cui non si abbia a disposizione una mascherina. In Piemonte hanno l’obbligo di indossare le mascherine i commercianti, mentre per i clienti è raccomandato di indossare guanti e mascherine o altra protezione per bocca e naso. In Liguria si sta predisponendo una distribuzione a tappeto di mascherine per tutta la popolazione, mentre nel Lazio non c’è – per ora – alcun obbligo e in Sicilia e Campania stanno ancora valutando l’opportunità di interventi in questo ambito.

Leggi anche:
Covid-19: le mascherine con valvola non devono essere usate dalla popolazione

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Ecco perché in Germania si muore molto meno per coronavirus rispetto all’Italia

Dom, 04/05/2020 - 17:00

In Germania la percentuale delle persone che muoiono per coronavirus è bassissima rispetto ai casi rilevati in confronto alle percentuali di letalità indicate dai dati ufficiali in Italia. In parte la differenza può essere provocata da dati ufficiali poco affidabili. Ma questa da sola non può essere una spiegazione sufficiente.

Una inchiesta del NYT di cui riportiamo la traduzione di ampi stralci ci aiuta a capire perché. Ne emerge purtroppo un quadro impietoso per l’Italia

I “corona-taxi”

Heidelberg, Germania. Li chiamano “taxi corona”: medici equipaggiati con indumenti protettivi guidano per le strade deserte per controllare i pazienti che sono a casa. Prendono l’esame del sangue cercando segni che il paziente possa avere il covid19 e che le sue condizioni possano aggravarsi. Possono suggerire il ricovero in ospedale anche a un paziente che ha solo sintomi lievi: le possibilità di sopravvivere sono notevolmente più alte se si affronta il virus all’inizio.

I taxi corona di Heidelberg sono solo una delle iniziative. Ma illustrano un livello di impegno di risorse pubbliche nella lotta contro l’epidemia che aiuta a spiegare uno degli enigmi più intriganti della pandemia: perché il tasso di mortalità della Germania è così basso?

Un tasso di letalità inferiore di 9 volte a quello dell’Italia

Il virus e la malattia risultante, Covid-19, hanno colpito la Germania con forza: secondo la Johns Hopkins University il paese ha più di 90.000 infezioni confermate in laboratorio al 4 di aprile, più di qualsiasi altro paese tranne gli Stati Uniti, l’Italia e Spagna.

Ma con circa 1.300 morti, il tasso di letalità in Germania si attesta all’1,4 per cento, rispetto al 12,5 per cento in Italia, a circa il 10 per cento in Spagna, Francia e Gran Bretagna, al 4 per cento in Cina e al 2,5 per cento negli Stati Uniti. Anche la Corea del Sud, un modello di riferimento internazionale per la lotta al covid19, ha un tasso di letalità più elevato, l’1,7 per cento.

“Si è parlato di un’anomalia tedesca”, ha detto Hendrik Streeck, direttore dell’Istituto di virologia presso l’ospedale universitario di Bonn. Il professor Streeck ha ricevuto chiamate di colleghi dagli Stati Uniti e altrove. “‘Che cosa stai facendo diversamente?” mi chiedono. “Perché il tuo tasso di letalità è così basso?”

Ci sono diverse risposte dicono gli esperti, differenze molto reali nel modo in cui il paese ha affrontato l’epidemia rispetto ad altri.

Molti più test = molti casi rilevati in tempo

Una delle spiegazioni per il basso tasso di letalità è che la Germania ha testato molte più persone rispetto alla maggior parte delle nazioni. Ciò significa che individua più persone con pochi o nessun sintomo, anche tra i più giovani, aumentando il numero di casi noti ma non il numero di vittime.

Una delle conseguenze del gran numero di test è che l’età media delle persone rilevate come infette è inferiore in Germania rispetto a molti altri paesi. Molti dei primi pazienti hanno preso il virus nelle stazioni sciistiche austriache e italiane ed erano relativamente giovani e sani, ha detto il professor Kräusslich. “È iniziato come un’epidemia di sciatori”, ha affermato.

Poi con il diffondersi delle infezioni, sono state colpite più persone anziane e anche il tasso di letalità, solo lo 0,2 per cento due settimane fa, è aumentato. Ma l’età media di chi si sa che contrae la malattia rimane relativamente bassa, 49 anni in Germania, mentre in Italia è 62 anni secondo i rapporti ufficiali.

La Germania sta conducendo circa 350.000 test di coronavirus a settimana, (oltre 3 volte di più che in Italia) e comunque molto più di qualsiasi altro paese europeo. Test precoci e diffusi hanno permesso alle autorità di rallentare la diffusione della pandemia isolando i casi infettivi. Ha inoltre consentito di somministrare il trattamento salvavita in modo più tempestivo.

Preparati in anticipo alla pandemia

A metà gennaio, molto prima che la maggior parte dei tedeschi pensasse al virus, l’ospedale Charité di Berlino aveva già sviluppato un test e pubblicato la formula online.
Quando la Germania registrò il suo primo caso di Covid-19 a febbraio, i laboratori di tutto il paese avevano accumulato uno stock di kit di test.

Diagnosi precoci = meno morti

“Il motivo per cui in Germania abbiamo così poche morti al momento rispetto al numero di infetti può essere ampiamente spiegato dal fatto che stiamo facendo un numero estremamente elevato di diagnosi di laboratorio”, ha affermato il dott. Christian Drosten, capo virologo di Charité , il cui team ha sviluppato il primo test.

“Quando ho una diagnosi precoce e posso curare precocemente i pazienti (ad esempio collegarli a un ventilatore prima che le loro condizioni si deteriorino) – le possibilità di sopravvivenza sono molto più elevate”, ha affermato il professor Kräusslich.

Costanti test al personale medico

Il personale medico, particolarmente a rischio di contrarre e diffondere il virus, viene regolarmente testato. Per semplificare la procedura, alcuni ospedali hanno iniziato a eseguire test di blocco, utilizzando i tamponi di 10 dipendenti e dando seguito a test individuali solo se si riscontra un risultato positivo.

Da aprile test gratuiti su larga scala per trovare i possibili focolai

Alla fine di aprile, le autorità sanitarie hanno anche in programma di lanciare uno studio su larga scala, testando campioni casuali di 100.000 persone in Germania ogni settimana per valutare dove si sta accumulando immunità.

Una chiave per garantire test su larga scala è che i pazienti non pagano nulla per questo, ha affermato il professor Streeck. Questa, ha detto, è una notevole differenza con gli Stati Uniti nelle prime settimane dell’epidemia. “È improbabile che negli USA un giovane senza assicurazione sanitaria e prurito alla gola si rechi dal medico e quindi rischia di infettare più persone”, ha affermato.

Il caso della scuola di Bonn

Un venerdì di fine febbraio, il professor Streeck ha ricevuto la notizia che un paziente del suo ospedale di Bonn si era rivelato positivo per il coronavirus: un uomo di 22 anni che non aveva sintomi ma il cui datore di lavoro (una scuola) gli aveva chiesto di fare un test dopo aver saputo che aveva preso parte a un evento di carnevale in cui qualcun altro si era dimostrato positivo.

Nella maggior parte dei paesi, compresi Italia e Stati Uniti, i test sono in gran parte limitati ai pazienti più malati, quindi probabilmente all’uomo sarebbe stato rifiutato un test.

Non in Germania. Non appena i risultati del test sono arrivati, la scuola è stata chiusa e a tutti i bambini e il personale è stato ordinato di rimanere a casa con le loro famiglie per due settimane. Sono state testate circa 235 persone.

Test e monitoraggio sono la strategia che ha avuto successo in Corea del Sud e abbiamo cercato di imparare da ciò”, ha affermato il professor Streeck.

La Germania ha anche imparato a correggere i propri errori presto: la strategia di tracciamento dei contatti avrebbe dovuto essere utilizzata in modo ancora più aggressivo, ha affermato.

Tutti quelli che erano tornati in Germania da Ischgl, una stazione sciistica austriaca che aveva avuto un focolaio, per esempio, avrebbero dovuto essere rintracciati e testati, ha detto il professor Streeck e non lo abbiamo fatto ma poi abbiamo imparato.

Un robusto sistema di assistenza sanitaria pubblica

Prima della pandemia di coronavirus in tutta la Germania, l’ospedale universitario di Giessen aveva 173 letti di terapia intensiva dotati di ventilatori. Nelle ultime settimane, l’ospedale ha cercato di creare altri 40 posti letto e ha aumentato il personale che era in standby per lavorare in terapia intensiva fino al 50%.

“Abbiamo così tanta capacità ora che stiamo accettando pazienti da Italia, Spagna e Francia”, ha dichiarato Susanne Herold, specialista in infezioni polmonari che ha supervisionato la ristrutturazione. “Siamo molto forti nell’area della terapia intensiva.”

In tutta la Germania, gli ospedali hanno ampliato le loro capacità di terapia intensiva e sono partiti da un livello elevato. A gennaio la Germania aveva circa 28.000 letti di terapia intensiva dotati di ventilatori, cioè 34 ogni 100.000 persone, quasi 3 volte di più che in Italia dove il rapporto è di 12 ogni 100.000 persone.

Ora ci sono 40.000 letti di terapia intensiva disponibili in Germania.

Fiducia nel governo

La cancelliera Angela Merkel ha comunicato in modo chiaro, calmo e regolare durante la crisi, imponendo misure di distanziamento sociale sempre più rigorose nel paese. Le restrizioni, che sono state cruciali per rallentare la diffusione della pandemia, hanno incontrato poca opposizione politica e sono ampiamente seguite.

Le valutazioni di approvazione verso la Merkel sono aumentate vertiginosamente.

“Forse la nostra più grande forza in Germania”, ha affermato il professor Kräusslich, “è il processo decisionale razionale ai massimi livelli di governo combinato con la fiducia di cui il governo gode nella popolazione”.

Una fiducia che riesce a guadagnarsi grazie ai fatti.

In cover: Il Duomo di Berlino, fotografia di Maria Cristina Dalbosco

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Gli effetti del Coronavirus visti con gli occhi di una senzatetto

Dom, 04/05/2020 - 14:00

I videoracconti di Yohana Ambros ,una serie-documentario sui viaggi, le persone invisibili e la vita di strada. Tutto vissuto sulla propria pelle.

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Storie di ordinaria pandemia… e tre!

Dom, 04/05/2020 - 12:00

Dice che questo è il momento della consapevolezza, dice.

Ma chi lo dice? Non si sa (iniziamo bene). Che sia l’ordine degli psicologi, il disordine degli armadi o una intuizione personale, tant’è: la permanenza in casa può essere l’occasione per osservare noi stessi in stato di cattività e comprenderci.

Ecco, dopo quasi un mese, i punti ancora controversi:

  1. Appena mi sveglio, il mio primo pensiero è “cosa cucinerò”. 
    Di fatto sono diventata mia nonna. 
    #QuindiPureSoggettoARischio
  2. Sono stata richiamata sul lavoro, mia madre non mi parla più: 
    “Vuoi uscire? E cos’è questa alzata di testa? Cosa ti ho insegnato?”
    Ma è lavoro…
    “Se ti ammali, ti do il resto!”  
    #CoronavirusIsTheNewQuindiciAnni
     
  3. Era troppo facile aspettare il picco, ora siamo più sofisticati: agogniamo “la fase due”!Cioè, appena abbiamo capito cosa fosse il picco, non è già più di attualità. Cosa diamine sarà la fase due? Uguale alla uno ma col sole? O tipo girone di ritorno (tutti quelli che erano a casa escono e tutti quelli che uscivano stanno a casa)?  
    #NonCèFaseDueSenzaFaseTre 
    #ÈUnaFasePasserà 
  4. I sensi di colpa: te ne stai qui con le mani in mano, mentre c’è chi soffre.
    Ho fatto una donazione al cc della Protezione Civile. Poi a Medici Senza Frontiere. A SOS Pinguini, perché il riscaldamento globale è colpa nostra. Al WWF per le specie in via d’estinzione. E all’Associazione Amici del Minollo, per quelle già estinte. All’Asso Verme Solitario perché la solitudine è una roba brutta. 
    #CèUnAnalistaInSala
    #UnAnalistaBancario
  5. Vorrei esprimere la mia solidarietà ai venditori di rose. Agli stornellatori. Ai madonnari delle strade. Agli artisti con molta arte ma senza parte e, soprattutto, senza misure di sostegno. A tutti quelli che non avendo diritti e tutele “in tempo di pace”, figuriamoci adesso.
    #SeTiFaiMaleTiDoIlResto
    #ForseConteÈMamma
     
  6. Le grandi domande. Ma se fermano Ronaldo in macchina, è un controllo a campione? 
    #Scusate
  7. Conte ha dichiarato con forza: “nessuno perderà il lavoro”. Ma credo non abbia funzionato: devono aver licenziato tutti quelli che dovrebbero pagarmi gli stipendi e i lavori arretrati. 
    #OltreAlDatoreDiLavoroVorreiIlDatoreDiStipendio
  8. È proprio vero che in questi giorni si apprendono un sacco di cose nuove. Per esempio stasera ho deciso di girare la frittata lanciandola in aria.
    Ho imparato a pulire il lampadario.
    #Oplallà 
  9. A tutti quelli che vedendo casa negli anni mi hanno detto: “Beeello questo terrazzooooo. Grandeeeee. Ma perché non lo chiudiiiii?” vorrei rispondere oggi: #EccoPerché #LaVerandaÈUnPiattoCheVaServitoFreddo
  10. Ma ora basta parlare di noi. È il momento di passare alla… 
    #Fase2

Image by kalhh from Pixabay

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Mascherine fai da te: un test per vedere se funzionano

Dom, 04/05/2020 - 11:30

Un vigile del fuoco argentino ha fatto alcune prove e ha confermato che solo le mascherine chirurgiche proteggono dalle goccioline che trasmettono il coronavirus.

Clicca qui per vedere il video

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Foto di Khawaja Masud da Pixabay

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Sorriso da battaglia

Dom, 04/05/2020 - 11:00

Anche se non hai niente da sorridere e sei arrabbiatissim* con tutto il mondo! E lo sai il perché? Perché, siccome il cervello è stupido, dopo un po’ che sorridi, si convince che tutto va bene!

Provare per credere!

Sorriso da Battaglia – Jacopo Fo

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Capitano chiede di proteggere i suoi marinai dal coronavirus: licenziato

Dom, 04/05/2020 - 10:32

Il capitano Brett E. Crozier ha sacrificato la propria carriera navale scrivendo una lettera ai superiori in cui chiedeva aiuto per fronteggiare il coronavirus che si stava diffondendo sulla portaerei Roosevelt, 5.000 persone di equipaggio e centinaia di infettati, alla fonda nel porto di Guam, nel Pacifico Occidentale.

“Lasciatemeli salvare” scriveva tra l’altro il capitano

Dopo che per alcuni giorni la Marina non aveva risposto alla lettera di Crozier, questa è stata resa pubblica da alcuni media statunitensi e da qui la decisione del suo licenziamento per aver gettato discredito sulla U.S. Navy.

Ogni nave, con sale mensa e bagni condivisi, è uno spazio angusto dove il distanziamento sociale è quasi impossibile. Una volta che il virus sale su una nave è destinato a diffondersi, affermano sia i funzionari militari che gli esperti in malattie infettive.

Al momento dello sbarco dalla portaerei del capitano Crozier dopo il suo licenziamento, l’equipaggio della nave ha reagito tributandogli una standing ovation come si vede nel filmato della tv TRT WORLD NOW

Immagine di Michael Alfonso

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Come sanificare la mascherina

Dom, 04/05/2020 - 10:25

Un video su La Stampa spiega in modo chiarissimo come sanificare la mascherina che usiamo per uscire di casa.

Clicca qui per vedere il video

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Foto di Vesna Harni da Pixabay

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Oggi creiamo: bottigliette con sale colorato arcobaleno

Dom, 04/05/2020 - 10:00

In questi giorni di quarantena manteniamo viva la creatività mettendoci alla prova con la realizzazione di nuove idee! Quale modo migliore per passare del tempo divertendosi?

Dal canale YouTube Pianeta Mamma un video tutorial per imparare a realizzare bottiglie riempite con vari strati di sale colorato. Cosa mi serve:

  • Sale fino;
  • Gessetti colorati;
  • Contenitori in cui mettere il sale una volta colorato.
Pianeta Mamma

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Un giro all’Hermitage, un concerto e anche un fumetto

Dom, 04/05/2020 - 09:00

#iorestoacasa ma posso girare il mondo, imparare a suonare la batteria, leggere un libro ai bambini, fare un corso di fotografia organizzato nientepopodimenoche dal Moma di New York.

Su questo sito trovate tutti i link comprese le proposte giornaliere da prendere al volo. C’è solo l’imbarazzo della scelta.

Buona domenica!

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Foto di dvorianova da Pixabay

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10 curiosità sui cani (Infografica)

Dom, 04/05/2020 - 07:00

I cani capiscono quando gli parliamo? E’ vero che sento l’odore del nostro stato d’animo? Alcune curiosità sui cani che forse non conosci.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

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L’acqua scorre da Roma a Gaza (Video)

Dom, 04/05/2020 - 07:00

Ci sono due antichi proverbi egiziani che spiegano molto bene il rapporto che c’è tra uomo e acqua. Impariamo a conoscere meglio questa risorsa vitale per noi ma troppo spesso mal gestita e sprecata.

Il nostro viaggio ci porterà da Roma fino a Gaza, attraverso la Grecia. Sapevate che in Cisgiordania l’acqua è gestita dal Ministero della Difesa israeliano?

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Mondo: oltre 60mila morti | Italia: troppi in giro, 173mila denunce | Salvini: chiese aperte a Pasqua

Dom, 04/05/2020 - 06:30

Il Fatto Quotidiano: Superate le 60mila vittime in tutto il mondo. Record di morti in 24 ore nel Regno Unito. Francia, sono oltre 600 i militari contagiati;

Il Mattino: Nel Regno Unito si torna a parlare di immunità di gregge: ecco perché;

Il Messaggero: Lombardia, obbligo di mascherina per chi esce. Consiglio Sanità: «Mai data questa indicazione»;

Corriere della Sera: La regola dei 6 secondi per evitare il contagio;

Il Sole 24 Ore: Coronavirus, troppa gente in giro. Stretta sui controlli: 173mila denunciati. Più posti di blocco a Pasqua;

Leggo:  Coronavirus, Locatelli: «Il pericolo non è passato, ma salvate 30 mila vite con le misure precauzionali che vanno mantenute»;

Tgcom24:  Coronavirus, Salvini: “Riaprire le chiese per la messa di Pasqua“;

Il Manifesto: Covid-19, non torniamo alla normalità. La normalità è il problema;

Il Giornale: Già pronta la botta del Fisco: arriva nella buca delle lettere;

Repubblica: Golden Power, arriva la norma per difendere le aziende italiane dalle scalate straniere.

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“In Italia tornare al lavoro potrebbe dipendere dall’avere gli anticorpi giusti”

Dom, 04/05/2020 - 06:00
Il peggio è passato?

Un reportage di Jason Horowitz sul New York Times racconta che In Italia c’è una crescente sensazione che il peggio possa essere passato. Questo barlume di speranza sta spostando il dibattito sul tema di quando e come riaprire a una vita normale senza scatenare un’altra ondata cataclismica di contagio.

“Stiamo cominciando a vedere la luce in fondo al tunnel”, ha detto Fabio Arrighini, coordinatore infermieristico del 118 di Brescia, la città che ha uno dei più alti tassi di mortalità in Italia: “Le chiamate sono diminuite.”

Gli anticorpi come lasciapassare

Alcuni funzionari sanitari italiani e alcuni politici si sono concentrati su un’idea che una volta avrebbe potuto essere relegata nel regno dei romanzi distopici e dei film di fantascienza.

Avere i giusti anticorpi contro il virus nel sangue (un potenziale marker di immunità) potrebbe presto determinare chi si mette al lavoro e chi no, chi è bloccato e chi è libero.

Questo ipotesi è in qualche modo in anticipo rispetto alla scienza. I ricercatori non sono sicuri, sperano solo, che gli anticorpi indichino effettivamente l’immunità. Ma ciò non ha impedito ai politici di afferrare l’idea sotto la pressione crescente per riaprire le attività ed evitare di peggiorare una diffusa depressione economica.

Zaia, Renzi, Conte…

Zaia, il presidente del Veneto ha proposto una speciale “licenza” per gli italiani che possiedano anticorpi che dimostrano di aver avuto e sconfitto il virus. L’ex primo ministro Matteo Renzi ha parlato di un “Covid Pass” per i non infetti. Il primo ministro Giuseppe Conte ha affermato che, mentre il blocco rimane in atto, il governo ha iniziato a lavorare con gli scienziati per determinare come rimandare al lavoro le persone che si sono riprese dal virus.

L’Italia paese laboratorio delle soluzioni per il dopo

Secondo il NYT Il dibattito su come riaprire è arrivato nel vivo questa settimana in Italia, paese che potrebbe trovarsi un passo avanti rispetto ad altri paesi come Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti dove il contagio è ancora in pieno sviluppo.

L’Italia è stata il primo paese a chiudere a livello nazionale, il 9 marzo. Il dibattito su una forza lavoro che circoli liberamente basata su chi ha sviluppato gli anticorpi pone ancora una volta l’Italia, dice il NYT, come sfortunata avanguardia tra le democrazie occidentali alle prese con il virus, le scomode scelte etiche e le inevitabili conseguenze.

Non è la prima questione etica per il paese

E non sarebbe la prima grave questione etica: molte testimonianze ci hanno raccontato in questi giorni di decisioni strazianti a cui sono stati e sono costretti i medici su chi curare, dovendo scegliere quelli con una migliore possibilità di vita, non avendo spazio per tutti negli ospedali anche a causa dei tagli alla sanità pubblica applicati in questi anni.

La logica ipotizzata, (i cittadini immuni “liberi”, gli altri no), potrebbe aprire la strada a una serie di pesanti questioni, tra le altre quella dei sistemi da adottare (chi sarebbe abilitato a dare la “licenza” di immune? Come? Quando?) e quella delle libertà e dei diritti di chi eventualmente non fosse giudicato “immune”.

“Il meglio per la società” e i diritti individuali

A un certo punto tutti i governi dovranno trovare un equilibrio, dice il NYT, tra garantire la sicurezza pubblica e il far funzionare nuovamente i loro paesi. I governi potrebbero anche trovarsi a valutare ciò che è meglio per la società rispetto ai diritti individuali, usando criteri biologici in modi che quasi sicuramente sarebbero respinti in assenza dell’attuale emergenza.

Mantenere alta la guardia

“Sembra che il virus divida l’umanità in due, i forti e i deboli. E questo è in realtà proprio il caso che stiamo vivendo.” ha detto Michela Marzano, professoressa di filosofia morale all’Università Descartes di Parigi

Secondo la scrittrice Naomi Klein, autrice del libro “La dottrina dello shock” ci troviamo nelle condizioni perfette perché governi ed élite globali realizzino programmi politici che altrimenti incontrerebbero una forte opposizione in tempi normali. Nella storia secondo Klein si trovano una serie di “shock” (gli shock delle guerre, dei disastri naturali, delle crisi economiche) e delle loro conseguenze, contraddistinte dal “capitalismo dei disastri” che adotta “soluzioni” che comprimono diritti e libertà individuali in nome dell’«emergenza».

È proprio in queste fasi che bisogna mantenere alta la guardia a protezione dei diritti e delle libertà.

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Gli strani dati sul coronavirus nel mondo e in Italia

Sab, 04/04/2020 - 19:00
Le statistiche della Johns Hopkins University

La Johns Hopkins University raccoglie i dati di casi confermati, morti e ricoverati in tutti i paesi. Secondo i dati ad oggi 4 aprile sono gli Stati Uniti ad avere il più alto numero di casi accertati, la Cina il record di ricoverati, l’Italia il numero massimo di morti.

L’anomalia italiana

Anche da questa statistica si conferma l’apparente anomalia dell’Italia che avrebbe un tasso di letalità molto superiore a qualsiasi altro paese. Confrontando casi accertati e numero morti dichiarati da ciascun paese in Italia il tasso di letalità sarebbe del 12,5% contro una media mondiale di tutti gli altri paesi escluso l’Italia del 4,5%.

Ciò conferma ulteriormente il sospetto che in Italia (oltre ad esserci un numero di morti superiori a quelli ufficialmente attribuiti al covid-19, vedi per esempio i morti nelle case di riposo “per polmonite”) ci sarebbe un numero di casi di persone colpite dal coronavirus molto superiore a quello ufficiale.

Le classifiche ufficiali

Di seguito le classifiche per i primi 10 paesi con i dati in migliaia in base alle statistiche ufficiali riferite a casi confermati, ricoverati, morti

Casi confermati

  • 279.000 Stati Uniti
  • 125.000 Spagna
  • 120.000 Italia
  • 91.000 Germania
  • 83.000 Francia
  • 83.000 Cina
  • 56.000 Iran
  • 39.000 Regno Unito
  • 21.000 Turchia
  • 20.000 Svizzera

Ricoverati

  • 77.000 Cina
  • 34.000 Spagna
  • 25.000 Germania
  • 20.000 Italia
  • 20.000 Iran
  • 14.000 Francia
  • 10.000 Stati Uniti
  • 6.000 Corea del Sud
  • 5.000 Svizzera
  • 3.000 Belgio

Morti

  • 15.000 Italia
  • 12.000 Spagna
  • 7.000 Usa
  • 7.000 Francia
  • 4.000 Gran Bretagna
  • 3.000 Iran
  • 3.000 Cina
  • 2.000 Olanda
  • 1.000 Belgio
  • 1.000 Germania

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Bonus 600 euro, un appello: “Io non ne ho bisogno, ne ha bisogno l’Italia”

Sab, 04/04/2020 - 17:00

Del bonus da 600 euro per le “partite IVA” si è molto parlato e scritto, dapprima per spiegare come fare domanda, e poi per raccontare le vicende un po’ kafkiane di chi la domanda ha provato a farla (alla fine riuscendoci anche).

Stato = Mucca da mungere

In questo bailamme si è sentita qualche timida voce che ha tentato di entrare nel merito delle richieste di sussidio. Ne ha parlato ad esempio Beppe Severgnini, ospite di Lilly Gruber su La7: molti commercialisti, ha raccontato, gli hanno scritto dicendogli che tra coloro che hanno chiesto i 600 euro vi sono stati anche tanti professionisti che guadagnano milioni, e ha aggiunto: «Lo Stato non deve essere una mucca da mungere.»

L’appello di un commercialista

E proprio dalla categoria dei commercialisti è partito un appello, pubblicato qualche giorno fa su una rivista di settore, a firma del dott. Alberto Cobelli, commercialista a Piancogno, in provincia di Brescia.

«È evidente che in questa situazione di emergenza sanitaria la maggior parte delle attività imprenditoriali e professionali subirà contrazioni più o meno forti.
Però vedo grandi contraddizioni, quando invece il senso di responsabilità e di solidarietà verso il nostro Paese ci dovrebbe rendere un po’ più coerenti.» scrive Alberto Cobelli, che poi spiega: «Vedo tanta generosità verso i nostri ospedali; le raccolte fondi si sprecano… Eppure, quante persone sono alla ricerca spasmodica di tutti i sussidi possibili! Anche quando magari il proprio reddito o i propri risparmi consentirebbero una serenità anche nel lungo termine.»

Ma tra i tanti che chiedono, chiedono, chiedono… qualcuno si muove diversamente. Aggiunge infatti Cobelli: «Mi ha colpito e desidero segnalare il comportamento controcorrente di alcuni (pochi?) clienti che mi hanno comunicato di non voler richiedere il contributo di 600 euro, con la semplice motivazione di non averne bisogno.
Per questo motivo – conclude – ho pensato di lanciare una campagna “Io non ne ho bisogno, ne ha bisogno l’Italia”»

Ha avuto risposte? Qualcuno ha raccolto l’appello?

Lo abbiamo raggiunto telefonicamente: «Purtroppo la realtà che vedo è deprimente» ci dice, «anziché farsi tutti un bell’esame di coscienza o programmare una ripartenza delle attività, vedo diffusamente un “accanimento” per ottenere a qualunque costo ogni bonus possibile.»

Sembra l’assalto alla Croce Rossa

«Quello che mi preoccupa è la diffusione di questo comportamento: un vero e proprio assalto alla Croce Rossa!»

«Uno sciacallaggio legale ma moralmente da condannare», continua.
C’è l’idea generalizzata e magari ci si aspetta che certi comportamenti siano «dei soliti furbetti, evasori seriali, persone che sfuggono abitualmente il lavoro quando gli casca addosso. E invece, vedi fior di imprenditori e professionisti, anche benestanti, presi più dalla corsa al sussidio che da un senso di responsabilità verso i propri figli (perché lo Stato è il futuro, sono i nostri figli mannaggia).»

I nuovi Robin Hood

«Stato ed enti pubblici in generale sono talmente in panico, che distribuiscono contributi a pioggia senza alcuna valutazione sulle reali necessità nel Paese (e sulle effettive disponibilità di cassa).
Sai come si salva la coscienza qualcuno? Mi dice: “guarda che li do subito in beneficenza!”. Tanti Robin Hood…»

Una visione a dir poco cupa, ma Alberto Cobelli vive in provincia di Brescia e quella visione è illuminata da tanti comportamenti esemplari che ha potuto vedere in questi giorni difficilissimi: «Per fortuna abbiamo ancora l’esempio positivo di qualche realtà sociale, tra questi penso agli Alpini (a cui appartengo con un po’ di orgoglio): in una settimana hanno montato l’ospedale della fiera a Bergamo, un ospedale vero, non quattro brande in un tendone!»

Image by angelo luca iannaccone

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Zona rossa solidale

Sab, 04/04/2020 - 15:00

Da due settimane la routine della mia vita si è inceppata e non ho ancora trovato il modo, o le forze, per rimetterla in piedi: ogni mattina mi alzo e cerco di non pensarci, vado dritto come di consueto verso i miei pantaloni, e poi a fare colazione. Di solito ascoltavo il giornale radio mentre bevevo il caffè, da qualche giorno ho sospeso il rituale e attendo la sera per le informazioni. In quel tempo sospeso dall’ingresso della realtà dentro la mia cucina, provo a pensare che oggi è un giorno qualunque, in cui potrei andare a lavorare fuori casa ma perché non starsene comode a lavorare qui. Così raggiungo il tavolo più grande in soggiorno, dove il pc è rimasto aperto dalla sera prima, il mio e quello dei miei coinquilini e compagni. Sono già seduti alla scrivania, auricolari nelle orecchie e sguardi sui rispettivi schermi. 

Mi siedo. Sospiro.

E solo allora ammetto a me stessa che nessuna ordinaria giornata sta per iniziare, perché questa non è la mia scrivania di lavoro e non l’ho mai condivisa con queste persone, perché lì fuori c’è una pandemia e i dati aggiornati sono appena stati comunicati a quel giornale radio che non ho voluto ascoltare.

Dall’inizio del lockdown il soggiorno di casa nostra si è trasformato in uno sportello sindacale sui generis, che dal rifornimento alimentare, alla cura dei bambini, alla difesa dei diritti del lavoro, coordina e organizza risposte di solidarietà tra vicini di casa e forme di supporto collettivo alle medesime avversità introdotte dallo stato di emergenza. Dopo aver sperimentato un primo piano di lavoro in una rete di contatti diretti, è bastato far circolare qualche post sui social network e qualche locandina davanti al supermercato. Da qualche settimana è lo stesso centralino del Comune a girare le richieste di aiuto ai tanti gruppi autorganizzati sul territorio come il nostro.
Suona il telefono.

Da dieci giorni a questa parte il telefono suona di continuo.

È Edith, professione colf. Da quando è scattata l’emergenza Coronavirus non è più stata chiamata a lavorare. Il suo era l’unico stipendio di casa, il marito è disoccupato da tempo. Mi chiede se qualcuno degli ammortizzatori sociali stanziati dal governo riguarderà anche il suo settore o i disoccupati come suo marito. Una domanda simile ce l’ha posta qualche giorno fa anche Luca, nostro vicino di casa, licenziato durante il periodo di prova in un bar, prima che fosse stanziata la Cassa integrazione in deroga e il divieto di licenziamenti per 60 giorni. Maria invece lavorava quando capitava alla biglietteria di un teatro, in ritenuta d’acconto. Pietro, stagista in un rinomato ristorante di Milano. Chiara, cococo in un call center, non aveva l’adsl a casa e non potendo lavorare da remoto è rimasta a casa senza lavoro.
Sono una di voi, rispondo. Siamo rimasti a casa come gli altri, con la preoccupazione di quanto tempo ancora ci toccherà rimanere bloccati in questa situazione, il pensiero costante sulle cifre del contagio che continuano a salire, mentre nessuno pensa a noi. 

Ho un peso sul petto e il respiro corto. È solo ansia. Non è febbre, né tosse secca, né altro sintomo di allerta.

Ma vivere senza sapere come andare avanti l’indomani logora ogni giorno le forze che avevamo messo da parte, quelle per tenere la testa alta, verso un pallido orizzonte indefinito. Almeno ci potevamo illudere di aver davanti un orizzonte. Ci eravamo quasi abituati a vivere così.

Quando la vita passa davanti ai profitti

Gli effetti della disgregazione sociale non sono nuovi a nessuno, ma questa situazione ci ha messo davanti all’impossibilità di andare avanti dicendo che si poteva comunque sopportare, che c’era comunque chi stava peggio di noi. Lo stato di emergenza, insieme alle paure, ai cambiamenti drastici, al rapporto continuo e ravvicinato con lo Stato e le sue diramazioni, ha dato una forma emergenziale anche a molte situazioni di difficoltà che restano invisibili in condizioni ordinarie – di ordinario collasso del welfare, di isolamento normalizzato dei più fragili, di usuale distanza sociale gli uni dagli altri. La straordinarietà del momento che stiamo vivendo sembra aver dato nuova legittimità a chi aveva bisogno di chiedere aiuto, di dichiararsi, in prima persona, in stato di emergenza. Perché, a ben vedere, Rita era disabile anche prima della pandemia, e trascinarsi fino al supermercato sulle sue gambe è sempre stato doloroso.
Silvia ha una malattia auto-immune da anni, eppure solo adesso che la salute è priorità collettiva chiede aiuto nella cura della sua anziana zia. Caterina subisce violenza dal compagno da una vita e poter chiedere un aiuto nella cura dei figli è stato finalmente il modo di parlare a qualcuno di quello che succede tra le mura di casa. Alice è stata aggredita dal suo datore di lavoro mentre discutevano della sospensione dell’attività. Quello che prima accadeva dietro al bancone del bar ora succede a serrande abbassate.

Un’emergenza sanitaria su scala globale ha fatto saltare le premesse di un sistema basato sulla subordinazione delle vite agli imperativi della crescita economica e del profitto. Se le morti quotidiane sul lavoro, un femminicidio ogni tre giorni e i naufragi in mezzo al mar Mediterraneo non hanno mai interrotto la normalità, se la morte dentro di chi fa tre lavori alla volta, perde la casa o rinuncia a curarsi non ha mai fermato le manovre finanziarie a favore di grandi imprese e gruppi bancari, oggi una nuova – ancorché contraddittoria – centralità della vita e della sua salvaguardia conferisce un’inedita legittimità di parola a chi finora aveva taciuto. La società degli individui reciprocamente indifferenti, chiamati a farcela da soli, a vergognarsi dei propri bisogni e a chiamarli fallimenti ha gettato la maschera: non esiste via di fuga per pochi da un pianeta infetto. Non saremo guariti fino a che non lo saremo tutti.

Fino a ieri, se qualcuno stava peggio di noi avevamo un agile pretesto retorico per sfuggire all’ascolto di noi stessi ma anche per illuderci di non arrivare ultimi nella competizione per la sopravvivenza. Oggi la gara è sospesa e quel qualcuno sta in cima all’elenco delle chiamate da fare. Un interrogativo fuoriesce dalla cerchia degli affetti e dà vita a un inedito legame inatteso: posso fare qualcosa per te? 

Solo come un eroe

«Pronto?».
Alle volte non faccio in tempo nemmeno a presentarmi, a dare qualche elemento per stabilire telefonicamente un contatto di fiducia tra sconosciute che già mi trovo immersa nelle vite stravolte da quest’emergenza. 

Claudia è infermiera in uno dei tanti ospedali al collasso della provincia di Milano, lavora giorno e notte senza guanti, né mascherina, né camice. La sua coinquilina è risultata positiva al Covid-19 e l’azienda ospedaliera le ha fatto pressione tramite ogni canale informale per convincerla a cambiare domicilio a sue spese. Claudia mi chiama dal bed and breakfast in cui si è trasferita, l’angoscia le rompe la voce, non ha più soldi per pagare due affitti, la famiglia è lontana, l’ospedale fa ricadere tutta la responsabilità su di lei, si sente al limite del collasso nervoso e abbandonata da tutti. Infermieri e infermiere sono gli eroi di questo presente distopico, fino a che non creano problemi o purché si possa lucrare sulla loro condizione: la responsabilità nazionale si ferma sull’uscio di una stanza da 40 euro a notte. Claudia alza la voce con me al telefono, si riempie di tutta la frustrazione e del senso di abbandono che ha messo a tacere per giorni.

Sto in ascolto, sospendo la mia vita per qualche minuto e faccio spazio a questa vicenda che mai mi avrebbe invaso se non fossi andata a cercarla. La faccio mia. Ne usciamo insieme da questo incubo, te lo prometto. Nessun datore di lavoro può imporre a un proprio dipendente di cambiare domicilio. Nessuna persona, tanto più se schierata in prima linea in questa situazione di emergenza, deve trovarsi da sola a farsi carico del collasso di un sistema sanitario depredato per decenni. Una lettera congiunta della lavoratrice e del sindacato rimetterà il datore di lavoro di fronte ai suoi doveri. Nel frattempo una rete di solidarietà per passaparola si organizza per trovare a Claudia una soluzione abitativa in regime di ospitalità, fino a che l’ospedale non si farà carico delle spese che le ha imposto.

La vita isolata di chi resta a casa

L’imperativo di restare a casa ha lasciato nell’isolamento completo migliaia di famiglie e di donne soprattutto. La loro presunta naturale predisposizione al lavoro domestico e di cura, che da sempre fa comodo per poter tagliare i fondi pubblici dello stato sociale oltre che del sistema sanitario, ora legittima un carico di lavoro sulle spalle delle donne tra le mura di casa senza pause.
Anita ha tre figli, il più grande è affetto da un ritardo cognitivo, un disturbo di iperattività e richiede assistenza a tempo pieno. La donna ha perso il lavoro poco prima dello scoppio dell’emergenza e di conseguenza anche la casa. Un’amica ha offerto loro una ristretta soluzione abitativa temporanea. Quando Anita chiama per condividere la sua situazione è in difficoltà perché persino una conversazione di qualche minuto diventa un’impresa, la madre non può prendersi una pausa dalla cura dei figli nemmeno per una telefonata con cui chiedere sostegno. Da sola, non riesce nemmeno ad assicurare un’ora d’aria ogni tanto ai suoi bambini, e il contenimento coatto rende esplosiva la condizione di iperattività del più grande dei tre.

Eleanor e suo marito, addetti alle pulizie in ospedale, devono uscire di casa ogni giorno per andare a lavorare: la loro figlia di 7 anni, l’unica in casa a parlare l’italiano come madrelingua, rischia di rimanere da sola a seguire la didattica a distanza. I tre figli del tabaccaio sotto casa mia, padre separato, sono nella stessa situazione. Diego e Tiziana entrambi medici, con un figlio di 4 anni, hanno lanciato un appello affinché qualcuno si trasferisca a vivere a casa loro, fintanto che la situazione di emergenza li tiene fuori casa per lunghissimi turni di lavoro e non possono chiedere appoggio ai nonni per non metterli a rischio. Migliaia di bambini da un paio di settimane a questa parte stanno imparando a leggere e scrivere da soli. Mario è padre single di due figli, vive in periferia e lavora al supermercato del Comune limitrofo. Ogni giorno deve trovare qualcuno che si occupi dei bambini durante i suoi turni di lavoro e le due ore di viaggio che impiega per andare e tornare. 

Mentre Confindustria fa pressione sul governo perché i settori produttivi non vengano interrotti, l’imperativo rigoroso di restare a casa e di evitare i contatti ha invece isolato e abbandonato queste famiglie. Un bonus baby-sitter è stato annunciato nel decreto «Cura Italia», ma i tempi della sua reale attivazione sono ignoti; il decreto del 22 marzo ha finalmente chiarito che il lavoro domestico e di cura è tra le attività essenziali, ma scarica verso il basso la gestione di un settore strutturato nell’informalità e assunzioni in nero, di cui è difficile rendere conto di fronte alla richiesta di comprovare per autocertificazione gli spostamenti di lavoro.

La risposta di solidarietà verso queste famiglie, da parte di persone che si sono messe a disposizione come babysitter ed educatrici in forma gratuita in attesa dell’emissione dei fondi di Stato, è l’unica che a oggi gli ha permesso di non diventare le «inevitabili» vittime collaterali di questa emergenza. La condivisione solidale del lavoro di cura, in un sistema che lo svaluta fino a trasformarlo in un sacrificio invisibile, fa emergere l’implicita premessa che rende possibile il confinamento entro le mura domestiche. Affermare «Io sto a casa» è possibile solo se c’è chi, quotidianamente, risponde alle necessità di cura di chi lo afferma.

Aiutami a uscire da questa puntata di Black Mirror

Silenzio. Da circa un mese un nuovo silenzio ci circonda. In giro, le poche persone si scambiano occhiate di sospetto, da dietro la mascherina che copre loro metà del volto. Una sirena dell’ambulanza spezza la quiete apparente, il suono si fa sempre più vicino, il mezzo si ferma sotto casa. Il vicinato si sporge ai balconi. Sono arrivati a prendere qualcuno. Sospendiamo il fiato. Prima di uscire, anche se non sarebbe necessario, è diventata usanza stampare e compilare un’autocertificazione per dichiarare le ragioni del superamento della soglia di casa. In una lunghissima coda davanti al supermercato le persone si puntano il dito e si accusano a vicenda di aver già fatto la spesa più volte del necessario. Una coppia esce di casa per prendere una boccata d’aria. Una troupe televisiva gli punta le telecamere addosso mentre sono mano nella mano, la scena viene trasmessa in diretta tv. Il giornalista, microfono alla mano, ferma i fidanzati chiedendo loro di tenere la distanza di sicurezza per il bene di tutti. Al parco giochi sotto casa, due persone stanno sedute sulla stessa panchina. Un vicino di casa li ha avvistati, ha postato la loro foto sul gruppo facebook del quartiere e poi ha chiamato la polizia.

A giorni alterni mi prende la sensazione di essere precipitata in un film distopico, e di solito succede quando chi mi circonda mi restituisce stati di serenità e fiducia che «andrà tutto bene». Ma il malessere diffuso è reale e inizia a dare forma alle nostre relazioni a distanza di sicurezza. L’angoscia incatenata al palo di questo eterno presente deve trovare sfogo. L’untore è il capro espiatorio di tutte le epidemie e oggi veste abbigliamento sportivo, si accalca nei parchi insieme a quelli come lui. E non capisce, l’ottuso, che bisogna stare a casa, o forse, peggio, è consapevole e si comporta da irresponsabile. L’odio dilagante mi fa sentire ancora più vulnerabile e impotente. Il timore è che finiremo per ammazzarci l’un l’altro se non lo farà il Covid-19 per noi. Quando mi travolge la paura, mi prefiguro il mio ricovero in terapia intensiva e il vicinato a commentarlo sul gruppo di quartiere: «se l’è andata a cercare».

Ma è possibile auto-imporsi la reclusione senza farsi mangiare da rabbia e frustrazione? Affacciati al balcone, l’odio rivolto all’esterno, verso quella panchina troppo affollata, forse stiamo solo proteggendo dalle nostre reazioni chi si trova chiuso in quarantena con noi. 

E se proprio un attimo prima di immortalare gli untori, l’immagine a fuoco in attesa del click, il telefono si mettesse a squillare? Dall’altro capo qualcuno pronto ad accompagnarti nel labirinto per l’accesso agli ammortizzatori sociali, a fare la fila in farmacia e portarti le medicine a casa, a fare le capriole con tuo figlio mentre tu sei di turno a lavoro, a portarti a casa una cassetta piena di frutta e verdura di stagione, a costruire una cassa di solidarietà per tutti gli esclusi come te dagli ammortizzatori sociali. Ci sono mani che possono stringersi l’un l’altra pur mantenendo la distanza di sicurezza. C’è una fitta trama di relazioni di solidarietà che può occupare il vuoto, abbracciare, mettere un confine alla paura e al desiderio di distruggere i legami nell’impossibilità di costruirne.

In giornate delicate come queste, scandite dai numeri fuori controllo di ricoveri e decessi, determinate senza preavviso da regole sempre più strette e nuove multe a minacciare i trasgressori, per uscire dal Black Mirror forse abbiamo bisogno di trovare lo spazio per dare espressione ai nostri stati d’animo: incoerenti, dimessi, inappropriati, ossequiosi o dissonanti che siano. I forti imperativi che ci arrivano dall’alto a governare l’emergenza, caricano di ulteriore impositività ogni nostra comunicazione in cui non poniamo domande ma formuliamo esortazioni o indicazioni dal tono perentorio sui comportamenti altrui. Calcare sul senso del dovere dentro alle nostre relazioni quotidiane, laddove irrompono ogni giorno le rigorose norme anti-contagio, produce qualcosa a cui non siamo abituati. E se provassimo a sospendere le ingiunzioni reciproche per fare spazio all’ascolto di cosa sentiamo il bisogno, in questa quotidianità già così marcata dalla richiesta di responsabilità?

Quando lo spazio delle nostre relazioni si riempie di ciò che occorre fare o evitare, di come sia più auspicabile reagire o deprecabile pensare, si restringe lo spazio per gli interrogativi. Tra tutte le domande, chiedere aiuto forse è la più difficile. Implica esporsi in prima persona, esibire le proprie debolezze, correndo il rischio di mostrarci vulnerabili agli occhi di chi potrebbe approfittarne. A ben vedere lo siamo sempre stati. Ma un invisibile virus ora scopre le carte e ci lascia tutti indifesi di fronte al medesimo rischio. Ci aiutiamo a uscire da quest’incubo? E mentre te lo chiedo, e la paura sotto forma di domanda esce da me e si scioglie nell’abbraccio che mi tendi, ecco l’incubo che inizia a svanire.

Marie Moïse, attivista, è dottoranda in filosofia politica all’Università di Padova e Tolosa II, scrive di razzismo, femminismo e relazioni di cura. È co-autrice di Future. Il domani narrato dalle voci di oggi (Effequ 2019) e co-traduttrice di Donne, razza e classe di Angela Davis (Alegre, 2018).

Si ringrazia jacobinitalia.it per la gentile concessione

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Foto di Ria Sopala da Pixabay

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Cuciono gratis mascherine trasparenti per i sordi, i più isolati dal Covid-19

Sab, 04/04/2020 - 14:00

Covid-19, settimane infernali per i sordi. Già in tempi normali per le persone ipoudenti gli ospedali sono luoghi difficili, ora che tutti, non soltanto il personale medico, indossano le mascherine, anche fare la spesa o recarsi in farmacia può risultare infernale per chi ha bisogno di leggere il movimento delle labbra per comunicare. 

Le mascherine trasparenti, che coprono da virus e batteri ma lasciano scoperte le labbra, già esistono, ma sono poche, costose, e spesso introvabili, in America come in Italia.

Ashley, la studentessa americana che cuce mascherine per i sordi

Si chiama Ashley Lawrence, ha 21 anni, è studentessa del Kentucky, Stati Uniti. Insieme alla madre sta cucendo e donando mascherine realizzate in tessuto chirurgico e una parte trasparente all’altezza della bocca, fondamentali per chi ha bisogno di leggere in labiale, ma pure per chi necessita di un sorriso.

L’idea è nata dopo avere visto amici fabbricarsi mascherine da soli, così, consultati i tutorial che si trovano sul web, si è messa all’opera, e ora, insieme alla madre, fabbrica e spedisce stock di mascherine in diverse città degli Usa a chi ne ha bisogno.

Gli appelli in Italia

Da noi la prima voce a levarsi è stata quella di Carla Ciotti, presidente dell’associazione Il Quadrifoglio di Ravenna. In una lettera aperta ripresa da alcuni giornali locali,  ha scritto una lettera di denuncia dei gravi problemi di comunicazione che i sordi stanno vivendo in questo momento di emergenza, dove, oltre alle mascherine (normali e trasparenti) mancano anche figure capaci di tradurre in lingua Lis, la lingua dei segni italiana, soprattutto negli ospedali

Ogni anno in Italia nascono circa 2mila bambini con gravi problemi all’udito e stando a un rapporto dell’INPS riferito al 2017, nel Paese sono 43536 i sordi riconosciuti dalla Legge 381(70) come invalidi civili. Quarantatremila e cinquecentotrentasei persone che, contratto il Covid-19, rischiano una ospedalizzazione in totale isolamento, ancora più dolorosa e solitaria di quanto già lo sia normalmente. Quarantatremila e cinquecentotrentasei persone stanno vivendo queste settimane di incertezza in isolamento, se si considera che la simpatica traduttrice Lis appare soltanto durante i bollettini quotidiani della Protezione Civile, mentre la maggioranza degli approfondimenti, delle interviste ai medici e dei filmati, sono girati in esterna, da lontano. 

Il 28 marzo da un istituto per sordi di Messina è partita la richiesta, ora al vaglio del ministero dello Sviluppo Economico, per produrre in tempi utili dispositivi di protezione necessari a chi ha bisogno di leggere il movimento delle labbra. Ora più che mai, tocca farsi sentire.

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Angoscia, ansia, paura… Come far fronte a questi sentimenti negativi?

Sab, 04/04/2020 - 12:00

Le nostre abitudini, i tempi delle nostre giornate, le occupazioni, le relazioni sono state stravolte da questa pandemia. Improvvisamente ci siamo trovati in un mondo assurdo, inaspettato, spaventoso; viviamo una situazione che avevamo visto solo nei film catastrofici. Tutti per un attimo ci siamo chiesti: stanno per arrivare gli zombi?

Di fronte a un cambiamento improvviso nella nostra mente si attivano processi fisiologici primordiali: i nostri antenati si sentivano al sicuro quando riconoscevano tutto quel che li circondava e sapevano quindi che non c’erano belve nei paraggi. Quando qualche particolare del loro mondo cambiava scattavano le molecole prodotte dal cervello per rendere i sensi più vigili e i muscoli pronti all’azione. È naturale e importante che questo accada ma se questo stato di allarme si prolunga troppo nel tempo diventa sindrome da stress e non fa bene.

Possiamo però agire e crearci una nuova scansione del tempo in modo tale da ritrovare ogni giorno momenti conosciuti che ci tranquillizzino.

Ecco la seconda (di n°5) pillola di benessere psicologico Pillole di benessere psicologico a cura di Jacopo Fo e Ilaria Fontana

I canali ufficiali della Dr.ssa Ilaria Fontana: sito web  www.ilariafontana.com | e pagina Facebook Dott. Ilaria Fontana psicoterapia Napoli

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