Roberto Freak Antoni

Sono un po’ skiantato

Roberto Freak Antoni

 

Oggi lasciamo la parola a Sergio Parini che ha voluto regalare a Cacao un suo ricordo di Roberto Freak Antoni.

Sono un po’ skiantato, scusate il gioco di parole. Roberto Freak Antoni se n’è andato, e non riesco a dire quanto mi dispiace. Ho conosciuto Roberto nel 1978 quando, conquistato dalla sua musica, mi improvvisai per la prima e unica volta impresario e organizzai il primo concerto degli Skiantos fuori Bologna, alla Palazzina Liberty di Milano. Per me Roberto era un genio della musica e della parola.
È stato l’unico vero punk della scena musicale italiana e, inventando con i suoi Skiantos il rock demenziale, ha creato l’unico genere rock autoctono, interamente made in Italy. Anche se ha avuto molti meno riconoscimenti di quanti ne avrebbe meritati. «35 anni di insuccessi» come diceva lui, con la consueta ironia. Ma per me è stato soprattutto un amico. In ricordo di Roberto, voglio raccontare la prima volta che ci siamo incontrati. Da quel concerto alla Palazzina Liberty nacque il loro primo vero contratto discografico, con la mitica Cramps Records.

Nel ’78 ero poco più che ventenne, come Roberto. L’anno prima avevo bazzicato molto Bologna e, grazie a quelle frequentazioni, un giorno mi finisce tra le mani una cassetta di un nuovo gruppo, gli Skiantos. È una rivelazione, qualcosa di mai sentito prima. Rock (soprattutto rock blues, ma anche hard e noisy, come la splendida “Inascoltabile”) testi rudi, diretti, persino violenti, ma dove l’aggressività si scioglie in un’ironia e autoironia contagiosa. Punk e avanguardia, capacità di giocare coi generi (“Diventa demente” passa dal rock duro al cha cha cha, mentre cantano «la cultura è assai dura»: che Elio e le Storie Tese abbiano copiato - da destra- qualcuno?). Dovevo assolutamente conoscerli. Anzi, portarli a Milano: gente così non può restare confinata solo alla scena bolognese! Così parto per Bologna. Gli Skiantos frequentano il giro delle case occupate, e trovare il loro leader, Freak Antoni, non è difficile. Mi trovo di fronte un ragazzo dolcissimo, timido, che parla (e lo farà sempre, anche negli anni successivi) a bassa voce, sorridendo quasi sempre. Convincerlo a venire a Milano per un concerto è questione di attimi, e non conta nulla il fatto che io non abbia mai organizzato un concerto in vita mia. Anzi, la questione non viene neanche posta. Alla casa occupata di via Clavature tiro dentro al progetto anche i Gaz Nevada, altro gruppo notevole. Ma poi diserteranno per motivi mai chiariti.

Tornato a Milano, inizio a preparare la faccenda. Il luogo dello show sarà la Palazzina Liberty, “occupata” da Dario Fo, che generosamente me la presta per due serate senza battere ciglio. Poi la preparazione dei manifesti (“Sconcerto rock” è il titolo, poi copiato da altri), le notti passate ad appenderli per la città, il noleggio degli altoparlanti (costosissimo) ecc. Il giorno prima del concerto, arrivano Freak Antoni e gli altri: Stefano “Sbarbo” Cavedoni, Dandy Bestia, Jimmy Bellafronte… Si accampano quasi tutti a casa dei miei, e mia madre prepara dei manicaretti che Roberto in particolare pare apprezzare parecchio. La notte passa in chiacchiere e battute: Roberto è il più brillante, ma Stefano non è da meno. La mattina (tardi), dopo avere studiato qual era il mercato rionale attivo quel giorno, tutti a raccogliere frutta e verdura marce buttate via dai fruttivendoli. Saranno un elemento essenziale della serata.

Arriva il momento. Il concerto è in sostegno de Il Male, mitica rivista di satira. La sala non è piena, ci sono molte sedie vuote. A Milano non li conosce quasi nessuno e quel giorno c’è anche un concerto degli Area, famosissimi da anni. Già medito di scappare in Messico per sfuggire ai creditori. Ma quando iniziano a suonare, si capisce subito che sarà un concerto memorabile. «Fate largo all’avanguardia / siete un pubblico di merda»: la prima canzone è il manifesto programmatico di Freak Antoni. Basta con i cantanti che strizzano l’occhio ai loro fans, basta con le rockstar da idolatrare. Dal palco gli Skiantos iniziano a lanciare la verdura e la frutta marcia che avevamo preso al mercato. Il pubblico la raccoglie e gliela rilancia. Gli schemi ufficiali della rappresentazione rock sono saltati. La distanza tra palco e platea è annullata. Band e pubblico sono protagonisti, insieme, alla pari, di un happening travolgente e mai visto prima. Molto punk. E un po’ Living Theatre. Le canzoni si susseguono, esilaranti e geniali: da “Ti rullo di kartoni” («Quando ti rullo di kartoni ti vien sempre mal di testa»), una “Vicious” italiana, alla ballad demenziale “Mi piaccion le sbarbine”. Alla fine dello show, il pubblico è elettrizzato. La sera dopo la voce si è sparsa e la sala è stracolma. Il concerto è un trionfo.

Mentre celebriamo il successo, Roberto mi dice: «Sai che in sala c’era anche Gianni Sassi, il grande capo della Cramps, quella degli Area? Gli siamo piaciuti! Domani si va in casa discografica per il contratto! Vuoi venire? Vuoi fare il nostro manager?». Credo fosse una proposta buttata lì nel momento di entusiasmo. Comunque, declinai. Non so neanche come riuscii a organizzare quel concerto. Ma fare il manager... non credo sarebbe stata “la mia tazza di té”, come dicono gli inglesi. Poco dopo uscì il primo 45 giri degli Skiantos: “Karabignere blues“ e “Io sono un autonomo”, seguito a ruota dallo splendido album “Mono tono“. Poi “Kinotto” e così via. Gli altri della band in seguito li ho persi di vista, ma con Roberto l’amicizia nata in quei giorni non si è mai spenta. Ci siamo rivisti molte volte (non negli ultimi anni, purtroppo) e ogni volta era un piacere chiacchierare con lui, ritrovare la sua lucidità e la sua ironia, parlare di musica – era un grande conoscitore del rock-  e non solo (leggete i suoi libri e ci troverete molto più della musica). Sempre pacato, sorridente, un po’ timido. L’esatto opposto di come era sul palco dove, come accade a molti timidi, tirava fuori l’altro lato di sé.

Molti lo ricordano solo per quello che ha fatto negli anni Settanta, ma i suoi libri e i suoi album degli anni successivi contengono perle di genio. A cominciare dai titoli, cose come “Non c’è gusto in Italia a essere intelligenti” o “Troppo rischio per un uomo solo”. Già, troppo rischio per uno che aveva scelto la strada di un rock radicale, estremo, non disponibile a compromessi, situazionista e dadaista. Oggi Roberto sarebbe contento di vedere le pagine dei giornali che lo ricordano, finalmente, non più come “burlone” e “goliardico”, come troppe volte è accaduto in passato, ma come un artista che ha lasciato un segno indelebile nella musica italiana.

Io ricordo un amico, una persona dolce e sensibile. E un ragazzo con il quale ho passato alcuni dei giorni più belli, creativi e divertenti della mia vita.

Sergio Parini