Sergio Parini

Festival EcoFuturo 2014: un incontro tra sperimentazione e amore per natura e libertà

Alla Libera università di Alcatraz, l’associazione che Jacopo Fo ha fondato oltre 30 anni fa tra le colline dell’Umbria, c’è una piccola biblioteca. Tra i libri ho trovato, uno accanto all’altro, l’Ulisse di Joyce e una raccolta di Flash Gordon. Il massimo della sperimentazione, un nuovo modo di scrivere e di pensare la letteratura, e un fumetto popolare, ricco di avventura e fantascienza, di amore per la natura (il migliore amico di Gordon è il principe di Arboria) e per la libertà (l’eroe è perennemente in lotta contro il dispotico imperatore Mingo).
Il Festival Ecofuturo è stato come l’incontro tra questi due libri. Un incontro tra sperimentazione e amore per natura e libertà. Per sette giorni, dal 26 luglio al 2 agosto, a Alcatraz si sono confrontati idee e persone molto diverse, in un mix che ha unito concretezza e immaginazione, creatività e tecnologia, semplicità e complessità, esperienze e speranze. Il pubblico? Ragazzi scalzi con barbe da guru indiani e il computer o il tablet sempre a portata di mano, ingegneri in giacca e cravatta, ecologisti venuti in bici da L’Aquila, ambientalisti convinti, semplici curiosi, cittadini in cerca di un sistema per risparmiare sulla bolletta. Il tutto tra tende canadesi e case ecologiche, una cucina che spaziava dalle grigliate ai piatti per vegani, stand che esponevano dal risciò a pannelli solari alle lampade a led di ultima generazione, dalle vanghe ergonomiche a nuovi sistemi per produrre energia dal compostaggio dei residui forestali, sino ai cibi umbri presidio Slow Food.
Le tre aree adibite a dibattiti hanno funzionato a ciclo continuo. I temi di confronto sono stati innumerevoli, ma si possono riassumere in cinque filoni principali. Le ecotecnologie, con inventori, tecnici e progettisti che hanno presentato macchine di ogni tipo: il Converter, che tritura e sterilizza gli scarti ospedalieri, permettendo di smaltirli come normali rifiuti organici a pochi centesimi al chilo, la Green Machine, per produrre energia elettrica dall’acqua calda a 75 gradi, nuovi sistemi fotovoltaici che permettono l’accumulo anche di piccole quantità di elettricità, sistemi innovativi di filtraggio dell’energia elettrica, e tanti altri. I dibattiti sull’ambiente, per esempio come la biodiversità sia fonte anche di ricchezza economica, al quale hanno partecipato dirigenti del WWF e della Lipu. Esempi concreti di solidarietà nazionale e internazionale, dalle iniziative della Rete comuni solidali per l’Africa al progetto migranti nella Locride. Il confronto con rappresentanti politici, come Laura Pupppato, ex sindaco del “comune a 5 stelle” di Montebelluna e ora senatrice Pd, Marco Boschini, coordinatore dei Comuni Virtuosi e Angelo Bonelli, presidente della Federazione dei Verdi, che hanno discusso (cercando, cosa non comune tra i politici, di trovare tra loro i punti in comune, e non quelli di scontro) su come stimolare le amministrazioni locali a promuovere l’ecosostenibilità.  Gli incontri, dal vivo o via Skype, con esperti di ambientalismo e ecosostenibilità di livello internazionale, come  Federico Butera, docente del Politecnico di Milano e consulente Onu, Maurizio Fauri, del dipartimento di ingegneria civile ambientale dell’università di Trento, Gunter Pauli, fondatore della Blue Economy.
E ogni sera, relax con concerti o spettacoli teatrali.
Il bello è stato che su ogni tema c’è stata la possibilità di confrontare idee e progetti diversi, dai più concreti ai più immaginifici. Prendiamo il tema della casa. Il professor Butera ha presentato un progetto molto concreto per costruire case a energia zero nei paesi tropicali. Massimo Moretti, che sul biglietto da visita ha scritto “dreamer”, insegue il sogno di una stampante 3D alta 15 metri in grado di costruire case in argilla e altri materiali nei paesi in via di sviluppo. Per ora è arrivato a costruirne una di 6 metri. E intanto autofinanzia il suo sogno vendendo le stampanti 3D che ha progettato insieme a un gruppo di giovani smanettoni entusiasti (per tutta la settimana hanno mostrato come funzionano, nella yurta mongola di Alcatraz).  L’azienda Agraia ha presentato il suo progetto autocostruzione di mattoni in calce e canapa. L’architetto Chiara Tonelli ha spiegato come funziona la casa ecologica RhOME, che si è appena aggiudicata il primo premio al Solar Decathlon Europe 2014. L’imprenditrice Daniela Ducato ha raccontato l’esperienza di Casa verde Co2.0, un polo produttivo sardo nel quale decine di aziende portano avanti ricerche in comune promuovendo l’uso di prodotti e materie prime a basso impatto ambientale. E si potrebbe continuare.
Tutto questo, e molto altro, è stato il Festival Ecofuturo. Innovativo anche nel modo in cui è stato (ed è) possibile seguirlo: oltre che da coloro che hanno partecipato in carne e ossa, da chiunque. Tutti i dibattiti, le interviste e i workshop sono stati filmati da un’equipe video. Ogni giorno è stata montata un’ora di sintesi, trasmessa quotidianamente dalla tv de Il Fatto Quotidiano, da Italia7, Europa7 e altre emittenti.  Mentre il materiale integrale del Festival si può vedere in qualsiasi momento, oggi o quando si vuole, su www.ecofuturo.tv. Così Ecofuturo cessa di essere circoscritto in un tempo e in un luogo e diventa senza frontiere fisiche o temporali, accessibile sempre e a tutti.
Questo Festival era nato per scambiarsi informazioni, idee, tecniche, esperienze, sogni su come rendere l’Italia e il mondo più solidale e ecosostenibile. Ha funzionato. Ora la speranza, o meglio l’obbiettivo, è che tutto questo diventi una rete che unisca movimenti e associazioni, imprenditori e ricercatori, comuni e politici virtuosi. Il primo passo è stato fatto.

Sergio Parini

Sono un po’ skiantato

Roberto Freak Antoni

 

Oggi lasciamo la parola a Sergio Parini che ha voluto regalare a Cacao un suo ricordo di Roberto Freak Antoni.

Sono un po’ skiantato, scusate il gioco di parole. Roberto Freak Antoni se n’è andato, e non riesco a dire quanto mi dispiace. Ho conosciuto Roberto nel 1978 quando, conquistato dalla sua musica, mi improvvisai per la prima e unica volta impresario e organizzai il primo concerto degli Skiantos fuori Bologna, alla Palazzina Liberty di Milano. Per me Roberto era un genio della musica e della parola.
È stato l’unico vero punk della scena musicale italiana e, inventando con i suoi Skiantos il rock demenziale, ha creato l’unico genere rock autoctono, interamente made in Italy. Anche se ha avuto molti meno riconoscimenti di quanti ne avrebbe meritati. «35 anni di insuccessi» come diceva lui, con la consueta ironia. Ma per me è stato soprattutto un amico. In ricordo di Roberto, voglio raccontare la prima volta che ci siamo incontrati. Da quel concerto alla Palazzina Liberty nacque il loro primo vero contratto discografico, con la mitica Cramps Records.

Nel ’78 ero poco più che ventenne, come Roberto. L’anno prima avevo bazzicato molto Bologna e, grazie a quelle frequentazioni, un giorno mi finisce tra le mani una cassetta di un nuovo gruppo, gli Skiantos. È una rivelazione, qualcosa di mai sentito prima. Rock (soprattutto rock blues, ma anche hard e noisy, come la splendida “Inascoltabile”) testi rudi, diretti, persino violenti, ma dove l’aggressività si scioglie in un’ironia e autoironia contagiosa. Punk e avanguardia, capacità di giocare coi generi (“Diventa demente” passa dal rock duro al cha cha cha, mentre cantano «la cultura è assai dura»: che Elio e le Storie Tese abbiano copiato - da destra- qualcuno?). Dovevo assolutamente conoscerli. Anzi, portarli a Milano: gente così non può restare confinata solo alla scena bolognese! Così parto per Bologna. Gli Skiantos frequentano il giro delle case occupate, e trovare il loro leader, Freak Antoni, non è difficile. Mi trovo di fronte un ragazzo dolcissimo, timido, che parla (e lo farà sempre, anche negli anni successivi) a bassa voce, sorridendo quasi sempre. Convincerlo a venire a Milano per un concerto è questione di attimi, e non conta nulla il fatto che io non abbia mai organizzato un concerto in vita mia. Anzi, la questione non viene neanche posta. Alla casa occupata di via Clavature tiro dentro al progetto anche i Gaz Nevada, altro gruppo notevole. Ma poi diserteranno per motivi mai chiariti.

Tornato a Milano, inizio a preparare la faccenda. Il luogo dello show sarà la Palazzina Liberty, “occupata” da Dario Fo, che generosamente me la presta per due serate senza battere ciglio. Poi la preparazione dei manifesti (“Sconcerto rock” è il titolo, poi copiato da altri), le notti passate ad appenderli per la città, il noleggio degli altoparlanti (costosissimo) ecc. Il giorno prima del concerto, arrivano Freak Antoni e gli altri: Stefano “Sbarbo” Cavedoni, Dandy Bestia, Jimmy Bellafronte… Si accampano quasi tutti a casa dei miei, e mia madre prepara dei manicaretti che Roberto in particolare pare apprezzare parecchio. La notte passa in chiacchiere e battute: Roberto è il più brillante, ma Stefano non è da meno. La mattina (tardi), dopo avere studiato qual era il mercato rionale attivo quel giorno, tutti a raccogliere frutta e verdura marce buttate via dai fruttivendoli. Saranno un elemento essenziale della serata.

Arriva il momento. Il concerto è in sostegno de Il Male, mitica rivista di satira. La sala non è piena, ci sono molte sedie vuote. A Milano non li conosce quasi nessuno e quel giorno c’è anche un concerto degli Area, famosissimi da anni. Già medito di scappare in Messico per sfuggire ai creditori. Ma quando iniziano a suonare, si capisce subito che sarà un concerto memorabile. «Fate largo all’avanguardia / siete un pubblico di merda»: la prima canzone è il manifesto programmatico di Freak Antoni. Basta con i cantanti che strizzano l’occhio ai loro fans, basta con le rockstar da idolatrare. Dal palco gli Skiantos iniziano a lanciare la verdura e la frutta marcia che avevamo preso al mercato. Il pubblico la raccoglie e gliela rilancia. Gli schemi ufficiali della rappresentazione rock sono saltati. La distanza tra palco e platea è annullata. Band e pubblico sono protagonisti, insieme, alla pari, di un happening travolgente e mai visto prima. Molto punk. E un po’ Living Theatre. Le canzoni si susseguono, esilaranti e geniali: da “Ti rullo di kartoni” («Quando ti rullo di kartoni ti vien sempre mal di testa»), una “Vicious” italiana, alla ballad demenziale “Mi piaccion le sbarbine”. Alla fine dello show, il pubblico è elettrizzato. La sera dopo la voce si è sparsa e la sala è stracolma. Il concerto è un trionfo.

Mentre celebriamo il successo, Roberto mi dice: «Sai che in sala c’era anche Gianni Sassi, il grande capo della Cramps, quella degli Area? Gli siamo piaciuti! Domani si va in casa discografica per il contratto! Vuoi venire? Vuoi fare il nostro manager?». Credo fosse una proposta buttata lì nel momento di entusiasmo. Comunque, declinai. Non so neanche come riuscii a organizzare quel concerto. Ma fare il manager... non credo sarebbe stata “la mia tazza di té”, come dicono gli inglesi. Poco dopo uscì il primo 45 giri degli Skiantos: “Karabignere blues“ e “Io sono un autonomo”, seguito a ruota dallo splendido album “Mono tono“. Poi “Kinotto” e così via. Gli altri della band in seguito li ho persi di vista, ma con Roberto l’amicizia nata in quei giorni non si è mai spenta. Ci siamo rivisti molte volte (non negli ultimi anni, purtroppo) e ogni volta era un piacere chiacchierare con lui, ritrovare la sua lucidità e la sua ironia, parlare di musica – era un grande conoscitore del rock-  e non solo (leggete i suoi libri e ci troverete molto più della musica). Sempre pacato, sorridente, un po’ timido. L’esatto opposto di come era sul palco dove, come accade a molti timidi, tirava fuori l’altro lato di sé.

Molti lo ricordano solo per quello che ha fatto negli anni Settanta, ma i suoi libri e i suoi album degli anni successivi contengono perle di genio. A cominciare dai titoli, cose come “Non c’è gusto in Italia a essere intelligenti” o “Troppo rischio per un uomo solo”. Già, troppo rischio per uno che aveva scelto la strada di un rock radicale, estremo, non disponibile a compromessi, situazionista e dadaista. Oggi Roberto sarebbe contento di vedere le pagine dei giornali che lo ricordano, finalmente, non più come “burlone” e “goliardico”, come troppe volte è accaduto in passato, ma come un artista che ha lasciato un segno indelebile nella musica italiana.

Io ricordo un amico, una persona dolce e sensibile. E un ragazzo con il quale ho passato alcuni dei giorni più belli, creativi e divertenti della mia vita.

Sergio Parini