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Storia, archeologia, nuove teorie, scoperte. La storia come nessuno ve l'ha mai raccontata

I neri sono stupidi?

di Jacopo Fo

Se prendi un libro di storia scopri che i neri sono il popolo piu' stupido del mondo.
Non hanno inventato mai niente, non hanno edificato grandi civilta', sono sempre stati sconfitti da tutti, arabi o europei che fossero. Gente che si e' lasciata schiavizzare per secoli senza mai riuscire a ribellarsi.
Talmente arretrati che non sono neanche stati capaci di darsi una propria scrittura.
Muoiono di fame perche' mancano del senso dell’iniziativa e del lavoro e una volta caduto il regime colonialista che li teneva a bada si sono dedicati a massacrarsi tra di loro con un impeto primitivo agghiacciante: milioni di morti a colpi di machete, per non sprecare munizioni.
Di loro sappiamo che corrono veloci e picchiano duro, hanno un buon senso della musica e il loro pisello e' grosso.
Poi sbuca dal nulla questo Obama e diventa presidente degli Stati Uniti.

A sinistra si precisa che siamo tutti uguali e anzi discendiamo tutti da alcune donne nere. Lo ha dimostrato Cavalli Sforza con il suo immenso studio sul Dna.
Quindi siamo tutti neri e il razzismo e' privo di senso. E, si aggiunge, i neri sono oggi per lo piu' poveri e disperati nella loro Africa nera o nei ghetti statunitensi, non perche' non siano capaci di lavoro e impresa ma perche' il colonialismo ha distrutto dalle fondamenta la grande civilta' africana con 5 secoli di violenze e rapine incredibili che hanno imbarbarito il continente.
La prima cosa da dire e' che sembra che i neri non abbiano una grande storia e non siano stati capaci di ribellarsi solo perche' i libri di storia sono stati censurati abilmente e completamente.
In questo articolo cerchero' di ristabilire alcune verita' essenziali.
(Su questo argomento e in particolare sullo schiavismo e le rivolte nere vedi anche l'estratto dal libro:
schiave Ribelli, scritto con Laura Malucelli

Le societa' matriarcali nere.

Erano neri tutti i nostri antenati. Erano neri i primi colonizzatori dell’Europa, dell’Asia, dell’America e dell’Australia. Persero l’abbronzatura per via del freddo.
E furono nere le prime civilta' complesse che fiorirono lungo i grandi fiumi nelle aree dove il clima era piu' mite.
Queste civilta', iniziano a costruire opere notevoli tra il 7000 e il 3500 avanti Cristo. Possedevano una tradizione narrativa orale e conoscenze di astronomia, matematica, geometria, oltre a una grande capacita' di costruire canali, argini, terrapieni e di bonificare le paludi.
Costruivano case con camini e con porte munite di cardini ed erano capaci di realizzare manufatti raffinati di rame e d’oro e statue di pietra con tratti di grande realismo. Vivevano integrando pesca e agricoltura. Affrontavano gli oceani a bordo di piccole canoe ricavate da tronchi intagliati e su zattere ottenute legando insieme fasci di canne. I loro villaggi erano privi di mura difensive e nelle loro pitture e sculture troviamo la celebrazione della fertilita' della natura e non della guerra e dei potenti. Il fatto che le sepolture fossero simili per tutti i membri della comunita', donne comprese, ha fatto pensare che il ruolo sociale della donna non fosse sottomesso a quello dell’uomo.
Inoltre, la notevole presenza di immagini erotiche e rappresentazioni di seni e organi sessuali e' stato considerato come indizio di una civilta' improntata alla celebrazione del piacere piuttosto che del dominio. Queste civilta'  sono state definite matriarcali. Alcuni ricercatori hanno pero' fatto notare che non si trattava di una situazione nella quale gli uomini fossero soggetti alle donne quanto di uno stato di parita' tra i due sessi. Questi ricercatori hanno cosi' coniato la definizione “societa' di partnership”, di potere condiviso, perche' piu' aderente alla realta'.
Per piu' di un secolo e mezzo l’esistenza di questa societa' e' stata negata dalla storiografia ufficiale e chi ne affermava l’esistenza veniva sbeffeggiato ed emarginato.
Ma oggi abbiamo una mole enorme di reperti provenienti da scavi che attestano l’esistenza in Cina, India, Medio Oriente e Egitto di societa' matriarcali fiorenti, che intrecciavano scambi commerciali su grandi distanze e che non ci hanno tramandato indizi dell’esistenza di una casta guerriera di maschi o di una centralita' culturale della guerra.
Questa civilta' creo' forme di protoscrittura basata su ideogrammi che ritroviamo uguali dall’Egitto all’India. Ad essa dobbiamo tutte le scoperte fondamentali: dal martello alla zappa, dalla rete da pesca all’agricoltura, alla ceramica, alla tessitura.
Fino al 3500 avanti Cristo registriamo continue migrazioni che hanno come epicentro l’Africa centro orientale e si diffondono in tutte le direzioni.
Ci sono notevoli studi che sostengono che le parole relative all’agricoltura di tutto il mondo abbiano una radice derivata dalle lingue San, africane.
Nelle steppe euroasiatiche, intanto, altri popoli si tempravano nella dura esistenza degli allevatori. Queste popolazioni, spinte dal bisogno di proteggere le greggi da belve e predatori, avevano sviluppato una forte aggressivita', capacita' militari, una societa' basata sulla forza del guerriero e la dominazione delle donne. Essi perfezionarono l’arco rendendolo atto a uccidere grossi animali e uomini e addomesticarono il cavallo trasformandolo in un potente strumento in battaglia.
A partire dal 3500 a C. questi guerrieri, che nei millenni erano diventati chiari di pelle, con narici piccole e labbra sottili, conobbero un’esplosione demografica resa possibile dalla maturita' raggiunta dai loro sistemi di allevamento. Spinti dall’eccessivo affollamento e dal bisogno di nuovi pascoli per i loro armenti, iniziarono a migrare a ondate verso le ricche pianure fertili abitate dalle popolazioni matriarcali dei pescatori contadini neri.
Queste migrazioni sono dimostrate dalle ricerche di Marija Gimbutas, basate sui reperti archeologici e dal lavoro di Cavalli Sforza che ha preso in considerazione l’analisi del Dna e delle tracce linguistiche.
(Vedi di Marja Gimbutas, Il linguaggio della Dea, ed. Neri Pozza e di
Luigi Luca Cavalli-Sforza, Paolo Menozzi, Alberto Piazza. Storia e geografia dei geni umani. Milano, Adelphi, 1997)

La storia dei successivi millenni e' quella dello scontro tra queste due culture.
Menes, il primo leggendario faraone egiziano viene raffigurato in un famoso bassorilievo (tavoletta di Narmer) con i capelli lisci e il naso dritto circondato da uomini decapitati con i capelli ricci e il naso schiacciato (http://ancientegypt.wordpress.com/2008/03/07/narmer/).

E sono ancor oggi in gran parte scurissimi di pelle gli intoccabili indiani, discendenti delle popolazioni sconfitte dalle orde di allevatori bianchi 3000 anni fa.
E le popolazioni di agricoltori pescatori resistettero eroicamente alle invasioni e spesso ebbero la meglio. Troviamo infatti faraoni neri. E in Cina, nel 1200 a.C., troviamo alcuni imperatori neri appartenenti al popolo Shang, che raccoglieva genti di diverse etnie.
(per una storia alternativa della civilta' nera vedi http://www.the7thfire.com/black_civilization/glorious_achievements_of_black_c.htm in particolare sugli shang neri vedi: http://www.afroshanghai.com/blog/?p=6 , sull’ipotesi degli olmechi di pelle nera vedi http://originalblacksofamericabeforecolumbus.blogspot.com)

Comunque le invasioni barbariche del terzo millennio conquistarono il Medio Oriente, l’Europa e il Nord Africa ma non riuscirono a penetrare al di sotto del Sahara. E per altri 4mila anni la civilta' africana si sviluppo' in modo rigoglioso e indipendente. La penetrazione araba fu lentissima e raggiunse solo una porzione dell’Africa Nera.

Quando ancora in Europa si viveva nelle caverne gli astronomi africani avevano tracciato mappe celesti accuratissime.
E a Timbuktu nell’anno mille c’erano piu' libri che a Londra.
Gli africani commerciavano con l’India e la Cina e nacquero anche grandi regni.
Ma la peculiarita' della storia africana e' che per millenni continuarono a prosperare popolazioni che conservarono gran parte della cultura matriarcale sviluppando un sistema sociale estremamente efficiente.

Si trattava di popolazioni definite acefale, cioe' senza caste dominanti ne' re. Tutti i membri del villaggio avevano eguali diritti e stabilivano relazioni con i villaggi circostanti in modo paritario e collaborativo. Queste popolazioni perfezionarono nei secoli sistemi sociali complessi basati sull’interesse di tutti e la cooperazione. Oltre agli orti individuali c’erano ad esempio orti collettivi che servivano a far fronte a esigenze straordinarie. E secoli prima che nascesse la prima banca europea furono questi popoli a inventare sistemi complessi di assicurazione contro i disastri che contenevano contemporaneamente l’idea di banca e di societa' per azioni.
Ad esempio, dieci villaggi si consociavano e investivano ognuno nell’economia dell’altro aumentando cosi' i ricavi nelle annate buone e diminuendo i rischi quando andava male. Ogni anno, ogni villaggio versava un decimo dei suoi raccolti e a turno un villaggio riceveva tutte queste eccedenze e le investiva sviluppando cosi' la propria economia. Negli anni successivi avrebbe restituito il prestito ottenuto fornendo agli altri villaggi il 10% di un raccolto molto piu' grande.
Questi sistemi di cooperazione economica esistevano prima dell’arrivo dei bianchi e esistono ancora oggi, vengono chiamati “tontinas”.
Le societa' africane acefale resistettero strenuamente alle incursioni degli schiavisti, scatenando contro di essi guerre furiose che videro riuniti e a volte vittoriosi, centinaia di villaggi. In altri casi si ritirarono lasciando intere regioni disabitate e andando a vivere in zone impenetrabili dove continuarono la loro esistenza al sicuro dai mercanti di schiavi. E quando questi uomini e queste donne furono catturati si dimostrarono pessimi servitori.
In tutto il Sud America ci furono centinaia di rivolte di schiavi che si riunirono in villaggi chiamati “quilombos”. Alcuni di questi villaggi diventarono grandi e uno di questi, Palmares, in Brasile, resistette quasi un secolo agli assalti degli schiavisti. Se fai una ricerca su internet troverai moltissimo materiale su questo argomento.
Io ti propongo qui la storia di una di queste ribellioni, quasi sconosciuta. Quella di un gruppo di miglia di schiavi che riusci' a sconfiggere i portoghesi e a salvarsi dalla schiavitu'. Vennero chiamati Kalunga.

Lo schiavo Maudi e' un tipo pericoloso.
Quando arrivarono, incatenati dentro la nave negriera, erano piu' morti che vivi. I portoghesi avevano gia' avuto pessime esperienze con quei disgraziati catturati in certe zone. Cosi' Maudi fu trascinato in catene sottoterra e fu messo a picconare la roccia scura, quasi al buio. E neanche quando fu la' sotto gli tolsero le catene perche' era un nero cattivo come tutti i neri che erano la'.
I portoghesi avevano capito che con quei neri non si poteva abbassare la guardia mai. Perche' erano neri pazzi.
Maudi scavava, mangiava la merda che gli davano da mangiare e guardando quelli che erano li' da mesi seppe subito che non gli restava molto da vivere.
E penso' che gli serviva un’idea per uscire da quell’inferno buio e puzzolente di marcio, di escrementi e di cancrena. La pelle dei neri marciva dove le catene sfregavano contro la pelle.
L’idea venne a furia di discuterne nella notte.
Dovevano ribellarsi e uccidere tutte le guardie ma come potevano farlo se erano sempre incatenati?
Quei pochi che erano sopravvissuti quasi un anno in quello schifo sapevano che i bianchi, pazzi e assassini avevano un Dio maschio che adoravano in modo particolare una volta all’anno ricordando la sua nascita. Un Dio che era stato subito ucciso da quei diavoli e inchiodato a pali di legno perche' morisse con grande dolore.
Una cosa assurda uccidere il proprio Dio ma i bianchi erano fatti cosi', volevano solo uccidere. Allora pensarono di convertirsi tutti a quella religione per poter partecipare ai festeggiamenti per la nascita del Dio ucciso. Cosi' sarebbero state tolte loro le catene e avrebbero potuto combattere e uccidere i loro torturatori che erano esseri piccoli, deboli e schifosi e non avrebbero potuto resistere contro il popolo degli esseri umani. E certamente, se avessero avuto le mani e i piedi liberi non avrebbero potuto perdere.
Cosi' dissero alle guardie armate di fucili e spade lucenti di poter adorare il Dio dei bianchi e giurarono che non avrebbero piu' fatto offerte alla Dea Madre che nutre tutte le creature.
E chiesero che slegassero loro le mani e i piedi per poterlo pregare.
Ma le guardie con i cappelli di ferro dissero no.
Allora essi chiesero di potersi esercitare per condurre una danza di lode al Dio che era stato ucciso restando incatenati. Esercitarsi richiedeva tempo perche' era difficile ballare incatenati.
E le guardie coi fucili diedero il permesso per divertirsi a guardare quei selvaggi che danzavano inciampando nelle loro catene.
Fu cosi' che gli schiavi inventarono la Capoeira, la tecnica di combattimento con mani e piedi legati che sembra una danza.
E quando ci furono abbastanza uomini capaci di combattere in quella maniera attaccarono le guardie con le scarpe ai piedi.
Li uccisero quasi tutti e liberarono trentamila schiavi, nella regione delle miniere d’argento intorno al Rio de la Plata.
Poi sconfissero l’esercito mandato a punirli. Ma questa volta combattevano a cavallo e usavano spade, fucili, cannoni, cappelli di ferro e scarpe.
E quel giorno Maudi era al comando di 200 guerrieri che facevano urlare i cannoni.
E poi ci fu una grande discussione. Perche' si sapeva che altri eserciti portoghesi sarebbero arrivati.
E il popolo dei neri che adorano la Grande Madre odia combattere.
E allora decisero che sarebbero fuggiti e avrebbero cercato un posto inaccessibile nella grande foresta giudicando troppo difficile, per trentamila persone, il ritorno in Africa e dubbio quel che avrebbero trovato la'.
E cosi' mandarono i cacciatori piu' abili e i piu' valenti conoscitori di erbe a esplorare l’Amazzonia. Impresa immensa che era necessario realizzare in pochissimo tempo.
Passarono due mesi. E ancora non erano arrivate altre navi cariche di portoghesi.
Arrivo' la notizia che alcuni avevano trovato un luogo, a venti giorni di viaggio, che poteva ospitare tutti, per qualche tempo, mettendoli al riparo dall’arrivo di un esercito. E cosi' iniziarono a marciare, portando con loro tutto quello che potevano portare sulle spalle o sulla schiena dei cavalli, perche' la' dove stavano andando non c’erano strade. Camminarono poi, di accampamento in accampamento, per due anni. Percorrendo piu' di mille chilometri.
Fino a quando arrivarono su un altipiano rigoglioso, temperato e ospitale. Cosi', per 250 anni i figli dei loro figli vissero su quell’altipiano irraggiungibile senza vedere piu' un uomo bianco.
Solo nel 1955 alcuni ricercatori arrivarono fin lassu'.
Ma ormai la schiavitu' non era piu' legale in Sud America.
Oggi, nel solo Brasile si contano piu' di 2000 quilombos, abitati dai discendenti degli schiavi ribelli che ancora sono in lotta per la difesa dei loro diritti.

UN MODO COMPLETAMENTE DIVERSO DI PENSARE.

La millenaria civilta' africana come abbiamo detto porta con se un modo diverso di pensare che si e' via via evoluto raggiungendo oggi forme originali e meravigliose che ci lasciano a volte attoniti tanto sono diverse e lontane dal nostro modo di pensare strutturato su logiche di vittoria e sconfitta, dominio e annichilimento, vendetta. Queste esperienze dimostrano per contrasto quanto la cultura europea sia eticamente povera e violenta.
Ecco due esempi illuminanti.

Sud Africa: i tribunali del perdono.
Quando il regime razzista cadde Nelson Mandela capi' che doveva porre ai suoi connazionali una grande e difficile domanda. Una domanda impossibile da porre a un popolo occidentale. Incomprensibile addirittura per i nostri schemi mentali. Egli chiese: cosa dobbiamo fare a chi ci ha torturato, ucciso, tenuto in catene, umiliato? Cosa facciamo a chi ha ucciso i nostri padri, violentato le nostri madri, le nostre mogli, le nostre figlie? Cosa facciamo a quei cani che ci hanno azzannato per tutta la vita? Siamo proprio sicuri che valga la pena di ucciderli, tenerli in prigione, punirli? Fu cosi' che inizio' una grande discussione. Nessuno metteva in dubbio che un ladro o un assassino dovessero essere messi in prigione per impedir loro di compiere un altro reato e perche' venissero sottoposti a un percorso di rieducazione. Ma nel caso dei carnefici e dei loro mandanti che avevano torturato il popolo per decenni sembro' che non si potesse usare la stessa logica punitiva. Il crimine era troppo immenso perche' potesse essere punito. Quindi dopo moltissime discussioni si decise di non punire i colpevoli delle piu' tremende e barbariche violenze compiute in Sudafrica. Non sono impazzito. E' cosi' che e' andata. E hanno fatto bene. Questi neri hanno ancora una forte componente dell'antica cultura matriarcale che riconosce al suo centro, come fulcro, l'idea del valore spirituale dell'esperienza e l'interconnessione stretta tra tutti i fenomeni. E questa cultura porta piu' facilmente a identificarsi nelle vittime per comprendere quale e' la loro esigenza piu' forte e profonda. Se hai subito l'abominio, una semplice vendetta non e' soddisfacente. Non cambia l'orrore che hai vissuto, le stigmate dell'umiliazione il tormento dei ricordi e dei rimpianti. Anche se ammazzi il tuo torturatore e lo fai morire in modo lento e doloroso, la tua percezione dell'orrore vissuto non cambia. Nella cultura bantu' esiste un concetto che ha un valore maggiore della vendetta: la consolazione della vittima. Cosi' essi si chiesero che cosa potesse veramente modificare lo stato mentale delle vittime. Riscattare almeno in parte l'ingiustizia subita. E dissero: rinunciamo alla vendetta perche' l'unico medicamento che da' sollievo al dolore delle vittime e' la comprensione. Il dolore viene arginato solo dalla sua condivisione collettiva. Quando il torturato torna nel villaggio e racconta di aver subito 100 frustate anche i suoi amici si chiedono se, magari, non stia esagerando un po'. Non mettono in dubbio che sia stato frustato ma si chiedono se le frustate siano state proprio 100 oppure "solo" 70... Il torturato invece desidera innanzitutto di essere creduto totalmente, che la misura del suo dolore sia riconosciuta. Questa e' l'unica possibile, piccola consolazione. E allora il governo dei neri inventa un istituto legale incredibile: i Tribunali del Perdono. Per anni sono andati avanti a tenere udienze in questi tribunali speciali. Le vittime si presentano e raccontano tutto quello che hanno patito e fanno i nomi dei loro carnefici. I quali sono obbligati a presentarsi e a confessare raccontando per filo e per segno quali crimini hanno commesso e come. Se ammettono le colpe non vengono puniti in nessun modo. Cosi' si ottiene che nessuno possa negare la verita' di quei fatti. Non esistera' mai nessuno in Sudafrica che potra' mettere in dubbio la misura dei crimini commessi perche' vittime e carnefici hanno testimoniato, le loro dichiarazioni sono state filmate e trasmesse in televisione. Ci sono voluti anni per elencare, descrivere e comprovare l'enorme mole dei crimini commessi. Oggi c'e' chi nega i crimini nazisti, stalinisti, di Pinochet, dei colonnelli greci o argentini. Questa situazione e' legata proprio al tentativo di punire in modo vendicativo i colpevoli. Un procedimento che genera automaticamente una difesa che cerca di negare le colpe. E questa negazione degli orrori del passato, restando piu' o meno latente, semina odi e rancori inestinguibili. Ma attenzione, non si tratta di rinunciare all'azione ma di sostituire l'azione della vendetta con quella della presa di coscienza degli orrori. Di fronte agli orrori non si puo' non reagire. In Jugoslavia, durante la seconda guerra mondiale il regime filonazista croato realizzo' lo sterminio di piu' di un milione di serbi. Questo crimine fu censurato da Tito in nome della riconciliazione nazionale. Non affrontare il bagaglio di dolore di un simile genocidio ha avuto effetti piu' devastanti dell'affrontarlo con lo spirito di vendetta. Dopo qualche decennio il bubbone e' scoppiato. I giornalisti che intervistavano i combattenti serbi della guerra etnica si stupivano di sentir sommare i morti delle persecuzioni degli anni '40 insieme a quelli degli anni '90. Per molti serbi la guerra non era mai finita, era restata solamente congelata per 50 anni.
Quanto saresti disposto a pagare per il lusso di poter lavare il sedere a un moribondo?
Leggendo un racconto su Nigrizia, il giornale missionario dei frati Comboniani, ho trovato la storia di una rete di assistenza sanitaria autogestita dai contadini piu' poveri del mondo. Una rete di solidarieta' di villaggio: questi contadini si occupano di lavare e nutrire i malati alleviando le loro sofferenze perlopiu' con qualche erba selvatica, vista la quasi totale mancanza di medicine. La rivista pubblicava la lettera di una ragazza che scriveva al comitato del villaggio. Pressappoco diceva: voi mi conoscete, mi avete accolta insieme ai miei genitori malati e quando loro sono morti vi siete occupati di me e ora io vivo ricambiando la vostra ospitalita' con i miei turni di lavoro nell'orto del villaggio. Ora io vi ringrazio per tutto quello che avete fatto per me ma vorrei chiedervi un grande favore. Il mio sogno piu' grande e' poter curare i malati anch'io. Ma, voi lo sapete, il mio lavoro dell'orto non mi permette di guadagnare denaro e quindi non ho modo di pagare per poter curare i malati. Quindi vi chiedo se fosse possibile fare un'eccezione per me alla regola e permettermi di pagare il diritto a curare i malati facendo un turno supplementare di lavoro nell'orto della comunita'. Signore Iddio! Quando ho letto questo ho fatto un balzo e ho dovuto tornare indietro a leggere. Esiste un posto del mondo dove una ragazza implora di poter pagare con una forma di baratto il diritto a curare un malato perche' non possiede denaro contante? Ma che gente e' questa? I contadini piu' poveri del mondo pagano col denaro il lusso di curare i malati? Ma perche'? Semplicemente perche', grazie agli elementi di cultura matriarcale sopravvissuti nella loro societa', credono sia veramente essenziale occuparsi della paura della morte invece di censurarla. Sono convinti che sia necessario fare qualche cosa per lenire questa paura della fine. E sanno un'altra cosa che io ho scoperto, ahime', molto tardi nella mia vita. Ho sempre cercato di sfuggire i morti e le persone che stavano morendo. Ero terrorizzato dalle emozioni che questi incontri avrebbero potuto scatenare nella mia mente. Poi il destino ha voluto che mi trovassi in una situazione nella quale fuggire sarebbe stato piu' doloroso che affrontare il mio terrore. Ed ho avuto la fortuna di trovarmi vicino a persone di valore che stavano morendo. Le persone di valore non muoiono come le persone che non valgono un cazzo. Se ti e' capitato di parlare con una persona di valore che sta morendo e ne e' conscia lo sai. E' un'esperienza pazzesca. Mi ricordo quando mori' Matilde, una bisnonna stupenda. Io abbracciavo il suo corpo ormai quasi inesistente e piangevo, non riuscendo a controllare in nessuna maniera il dolore. E lei mi accarezzava la testa e mi consolava. Mi diceva: ma dai, non e' cosi' grave, ho vissuto tanto, mi sono divertita tanto, ho amato tanto le mie figlie, le mie nipoti, le mie dolcissime bis nipoti. Ora muoio ma non e' importante. Anzi e' meglio cosi'. Sono un po' stanca. E sono stato vicino anche a un'altra donna meravigliosa che sapeva di avere davanti pochi giorni di vita, lasciava due figlie piccole che la adoravano e piu' di tutto la straziava la privazione che la sua morte avrebbe lasciato dentro di loro. Eppure, pur con quella spada nel cuore, Marina riusci' a mostrarmi la capacita' di continuare a essere presente alla sua vita, contenta di esistere con intatto tutto lo stupore per la vita e persino per l'incomprensibilita' della morte. Devo moltissimo a queste due persone che hanno condiviso con me la sensazione che la vita stia per finire. Mi hanno insegnato che la vita e' tanto dolce e potente che di fronte alla morte scopri di sapere come affrontarla anche se non hai temuto nulla piu' della fine della tua esistenza. Non posso non ringraziare coloro che mi hanno insegnato questo coraggio. Mi danno la forza di sperare che anche io saro' pervaso dal Grande Spirito Coraggioso quando dovro' compiere l'ultimo passo come entita' energetica coerente, unilocata e pensante. L'ho visto fare. So che si puo' fare. Cerchero' di farlo anch'io. E ringrazio per lo stesso motivo tutte le persone che mi hanno permesso di cercare di alleviare il loro dolore. E se tu hai capito questo valore, se tu hai capito che l'essere umano ha bisogno come il pane di entrare in contatto con i malati e i moribondi alla ricerca dei maestri piu' importanti della vita, allora, hai capito anche che devi essere disposto a pagare una tassa salata per godere di questo privilegio. Chi sta morendo ha bisogno di denaro per far fronte a qualche bisogno. Tu sei ben contento di darglielo perche' quel che ricevi in cambio non ha prezzo. In occidente fuggiamo i moribondi e poi sediamo la nostra angoscia di morte guardando in tv migliaia di morti veri o falsi, stupri, botte, rapimenti...

Ancora a proposito dei Tribunali del Perdono
http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_marotta1.htm
Parla Nelson Mandela

L’ex presidente fa il punto sulla rinascita del suo Paese dopo l’apartheid, e sulle attivita' della “Commissione verita' e riconciliazione”.

Sudafrica, guarire e' possibile   
“Oggi le famiglie delle vittime sanno quello che e' successo ai propri cari: la pena di morte e' stata usata come pretesto per assassinare i neri”.
Maria De Falco Marotta (“Avvenire”, 31/7/07)
Nelson Mandela e' una delle guide morali e politiche piu' grandi del nostro tempo: un eroe internazionale, la cui lunga vita e' stata dedicata alla lotta contro l'oppressione razziale, lotta che gli ha fatto meritare il premio Nobel per la pace nel 1993 e poi, l'anno dopo, la presidenza del suo Paese come primo presidente dopo l'apartheid. E' riverito dappertutto come forza vitale nella lotta per i diritti dell'uomo e l'uguaglianza razziale. Dicono, inoltre, che il sorriso di Mandela sia il piu' famoso del mondo. E si capisce perche': da un uomo che e' stato in prigione per quasi trent'anni in nome dei diritti umani dei suoi compatrioti; che parla senza reticenze delle stragi dell'Aids nel suo Sudafrica, che da' il suo numero di ex detenuto a "Robben Island", il 46664, al “cd” del concerto tenuto al “Greenpoint Stadium” di Cape Town, organizzato per sensibilizzare il pubblico riguardo le problematiche legate all'Aids; che a 85 anni accenna alle danze etniche del suo amato popolo sollevando in alto la “Coppa dei Mondiali di calcio” del 2010, i primi ospitati dal continente nero; che in “Internet” ha almeno 130 siti che parlano di lui; che corre, infaticabile, in ogni luogo del mondo per sfatare i pregiudizi sul colossale “melting pot” della sua diletta patria; che, pur fiero e regale, memore della sua alta pratica del rispetto della dignita' umana, non disdegna di rispondere a chiunque, quando la gente l'opprime col suo affetto e vuol sentire, dalla sua viva voce...
Presidente Mandela, che cos'e' la liberta', lei che in suo nome ha sofferto tanto?
“E' una fiamma che nessuno puo' spegnere. In tutto il mondo ci sono uomini e donne che la faranno sempre ardere. Anche a costo della vita”.
Come si augura che sia questo terzo millennio?
“Purtroppo, nel mondo vi e' ancora troppa gente che langue in poverta', schiava della fame, dell'intolleranza e dell'ignoranza. Spererei che, con la buona volonta' di tutti, finissero gli abusi e le ingiustizie sui bambini e sulle donne e che il disinteresse verso i miseri rimanga un brutto fenomeno del XX secolo”.
Si sa che lei e' un appassionato di storia. Dove collocherebbe l'apartheid nella scala delle atrocita' del XX secolo?
“A esclusione delle atrocita' commesse contro gli ebrei durante la seconda guerra mondiale, non c'e' altro crimine, nel mondo, che sia stato condannato all'unanimita' come l'apartheid. La cosa peggiore e' che una minoranza decise di sopprimere la stragrande maggioranza del Paese, utilizzando il nome di Dio per giustificare le nefandezze commesse”.
Lei pensa che le violazioni dei diritti umani commesse dall'apartheid siano state piu' terribili di quelle sofferte nei Paesi latinoamericani, come il Cile, il Salvador e l'Argentina?
“Durante la Commissione della Verita' e Riconciliazione abbiamo ascoltato cose tremende. Abbiamo riesumato tombe nelle quali c'erano i cadaveri di persone assassinate solo perche' avevano osato affrontare la superiorita' dei bianchi: uomini, donne, bambini, anziani. Le efferatezze che vennero commesse qui contro le persone innocenti sono state qualcosa di terribile, e questo non e' altro che una parte di storia. Troppa gente ha sofferto e ci sono state occasioni nelle quali l'aggressione fisica non e' stata cosi' grave quanto l'oppressione psicologica sofferta dalla popolazione nera durante 1'apartheid. E' una tortura psicologica impossibile da descrivere a parole”.
L'arcivescovo Desmond Tutu, anche lui premio Nobel per la pace come lei, ha posto in risalto i valori della trasparenza e della purezza che contraddistinguono la Commissione della Verita' e della Riconciliazione. Come interpreta lei questo lavoro che ha stupito il mondo intero? Come giudica il processo di “pulizia” che e' riuscita a portare a termine la Commissione?
“Secondo me la guarigione del Sudafrica e' stato un processo lungo, doloroso, memorabile della nostra storia, e la Commissione ha contribuito magnificamente a questo, perche' adesso le famiglie delle vittime della crudelta' conoscono quello che e' realmente accaduto ai propri cari. Alcuni di loro sono stati capaci di ascoltare le confessioni degli agenti dell'apartheid e hanno risposto che li perdonano. Naturalmente, ci sono altri che hanno cosi' tanta amarezza che impedisce loro di dimenticare il dolore per aver perso coloro che amavano. Credo che, in generale, la Commissione abbia svolto un lavoro straordinario, aiutandoci ad allontanarci dal passato, per concentrarci sul presente e sul futuro. Il vescovo Tutu ha realizzato un lavoro quasi inconcepibile dalla mente umana, nonostante le molte imperfezioni della Commissione della Verita' e Riconciliazione”.
Molte persone nel mondo credono che, come ha detto lei, il documento della Commissione sia splendido. Specie se, in tempi come questi, si parla di perdono e di "ubuntu". Ci dice cosa sono?
“Il perdono e' coscienza dell'altro, comprensione delle differenze, ammissione di colpa, bisogno di andare oltre. Solo dal perdono nasce l'amore. E questo e' il senso vero dell'"ubuntu", una filosofia cosi' radicata nell'animo dei neri africani. Anche in Sudafrica. Pero' nel mio Paese tutti quelli che desiderano il perdono devono sollecitarlo individualmente”.
La “Commissione della Verita' e della Riconciliazione” ha proposto di citare a giudizio coloro che non si sono presentati a dichiarare ne' il male subito ne' quello fatto. Le realta' politiche non rendono piu' complicato il lavoro della giustizia?
“Quando eravamo un movimento che lottava per la liberazione, tutto quello che avevamo da fare era riuscire a mobilitare le masse del nostro Paese e concentrare le nostre forze contro la supremazia bianca. Invece da quando siamo governo abbiamo una Costituzione che sancisce il dominio della legge e tutti quanti sono soggetti ad essa. Non solo questo: abbiamo adottato misure che garantiscono questa Costituzione perche' non rimanga un semplice foglio scritto capace di rompersi in qualsiasi momento. L'abbiamo trasformata in un documento vivo. Poi abbiamo creato strutture che fanno si' che anche il governo sia legato alla Costituzione e non agisca a suo piacimento. Disponiamo di un difensore pubblico, difensore del popolo, al quale puo' accedere qualsiasi cittadino offeso per lamentarsi e cercare giustizia. Abbiamo una Commissione per i diritti umani, formata dai sudafricani piu' noti e, soprattutto, abbiamo il "Tribunale costituzionale" che ha annullato, per esempio, azioni del governo. Bisogna obbedire alle istituzioni che abbiamo creato. La Commissione della Verita' e della Riconciliazione e' un'istituzione molto rispettata, gli uomini e le donne dai quali e' composta hanno svolto un lavoro splendido in circostanze difficili e per questo, secondo me, dobbiamo rispettare tutti, senza eccezioni, per quello che si e' fatto per il Paese”.
Quando lei usci' dal carcere, la Repubblica sudafricana era, come del resto gli Stati Uniti, fra i Paesi con il maggior numero di esecuzioni legali. Quando divenne presidente, una delle prime cose che fece fu abolire la pena di morte. L'indice di criminalita' che esiste in Sudafrica induce molte persone ad asserire la necessita' di ripristinarla per combattere il crimine con piu' efficacia. Potrebbe dirci qual e' la sua posizione?
“Sono contrario alla pena di morte, perche' e' un riflesso dell'istinto animale che continua a essere presente negli esseri umani. Non ci sono prove che la pena capitale abbia fatto diminuire l'indice di delinquenza in nessun posto. Quello che lo fa abbassare e' che i criminali sentano dire che se commettono un delitto, finiranno in carcere. In altre parole, quello che serve e' un sistema politico efficace, capace di combattere il crimine. Per questo abbiamo adottato misure per migliorare la capacita' della nostra polizia. La pena di morte non e' la risposta, la risposta e' migliorare l'efficienza del governo. In Sudafrica la pena di morte si e' utilizzata come pretesto per assassinare e si e' applicata soprattutto nei confronti dei neri. I bianchi non la subivano quasi mai. Questa e' la tradizione del Paese, ma e' un'usanza che abbiamo gia' lasciato dietro di noi e che nessuno riprendera'”.

Sudafrica: la Commissione per la verita' e la riconciliazione
[Russell Ally, Signor nemico crudele: lei e' stato perdonato, in: Diario della settimana, anno III, n.10, 11/17 marzo 1998]
http://www.presentepassato.it/Dossier/Diritti_98/14commissione_verita.htm
 
Quando la Commissione per la verita' e la riconciliazione e' stata costituita, nessuno di noi aveva veramente capito che cosa avremmo fatto e quali sarebbero state le conseguenze. C'era solo una legge del nuovo governo che diceva: questo e' il compito che vi viene assegnato. Era stimolante, e per i membri della commissione era anche un privilegio, ma e' anche qualche cosa che puo' spaventare. Voi sapete quali erano le condizioni in Sudafrica fino a poco fa, cioe' tutti i conflitti violenti che avvenivano nel nostro paese: non erano in molti quelli che avrebbero scommesso sulla possibilita' di una transizione pacifica. Tutti pensavano che ci sarebbe stato un cambiamento, ma nessuno era in grado di capire e di prevedere “quale” tipo di cambiamento. Di fronte a un cambiamento pacifico, si corre sempre il rischio di dimenticare il passato, mentre un cambiamento violento fa guardare al passato con il desiderio di punire chi era prima al potere. Quando il nostro presidente Nelson Mandela usci' di prigione, il suo primo messaggio al paese fu: "riconciliazione e unita'"; e molti si sorpresero nel vedere il nostro leader che, dopo tanti anni di prigione, parlava, senza tracce di amarezza, di riconciliazione. Ma e' proprio a partire da questo messaggio di comprensione e di riconciliazione che si e' reso necessario riesaminare il passato. Per superare l'apartheid c'e' stato un compromesso? Credo che, a un certo livello, sia vero. Pero' il compromesso non ha riguardato il bisogno di democrazia o il rifiuto del razzismo, ha riguardato “come” arrivare alla democrazia e al rifiuto del razzismo. “Ci uccidiamo a oltranza, per arrivarci, oppure cerchiamo un'altra soluzione?”. Questa e' la cosa piu' difficile da capire per i razzisti, perche' loro pensano che il compromesso sia stato fatto con il vecchio sistema. Mentre il fatto che si dovesse creare uno Stato democratico non razzista non e' mai stato oggetto di negoziazione.
Cosi', molte persone, in particolare quelle che erano al potere e che avevano tratto vantaggio dal regime dell'apartheid, hanno pensato che l'appello alla comprensione e alla riconciliazione di Mandela fosse un invito a passare un colpo di spugna sul passato. Dicevano: “Che miracolo incredibile, il perdono e la comprensione! Allora, perche' guardare al passato quando regnava soltanto conflitto e divisione? Cosi si creera' soltanto odio, si aumenteranno le divisioni del paese, si minaccera' la comprensione che si sta creando”. Cosi' dicevano gli ex gruppi dominanti nel nostro paese per motivare il loro rifiuto radicale a gettare uno sguardo al passato.
Ma c'e' stata anche un'altra reazione - chiamiamola di sinistra - di rabbia nei confronti di questa grande magnanimita' di Mandela. Dicevano che i neri avevano sofferto per tante generazioni e i cambiamenti che si registravano non erano frutto di un favore che i bianchi facevano al neri. La comunita' internazionale aveva definito l'apartheid un fenomeno criminale, come il nazismo e il fascismo. Quindi se l'apartheid era stato un crimine ci doveva essere qualche criminale che ne era responsabile. Ecco perche' dovevamo creare dei tribunali, dovevamo trovare dei responsabili e metterli in galera.
Al momento della transizione si sono manifestate queste due posizioni estreme, ed entrambe le parti si riferivano a Mandela, utilizzandolo in maniera opposta. Da una parte si diceva: e' stato troppo generoso e questo gli impedisce di procedere legalmente con dei tribunali. Dall'altra si diceva: e' stato cosi' generoso, dimentichiamo il passato. La discussione e' stata lunga, accesa, ma da questo dibattito e' nata la Commissione ed e' stato definito il suo compito: non avremmo dimenticato il passato e nello stesso tempo non avremmo messo in atto persecuzioni. Cio' che volevamo costruire era un meccanismo che ci permettesse di capire cio' che era successo, ma senza innescare azioni di vendetta.
 
Base di partenza: i diritti dell’uomo
Nostro compito, trovare le vittime e farne un lungo elenco

 
Cosi' abbiamo costituito la Commissione per la verita' e la riconciliazione articolata in tre sottocomitati indipendenti ma che collaborano strettamente e sono uniti dal filo rosso dei diritti dell'uomo. Il sottocomitato di cui io faccio parte si occupa delle violazioni dei diritti dell'uomo: persone che sono state uccise durante conflitti politici, che sono state sottoposte a torture, i desaparecidos, persone che sono state sottoposte a gravi maltrattamenti come il confino in isolamento. Nostro compito e' trovare queste vittime e farne un lungo elenco. Viaggiamo in lungo e in largo nel paese, in zone rurali e urbane; abbiamo degli incontri per la sensibilizzazione dell'opinione pubblica; lavoriamo con le chiese, con i sindacati e con le organizzazioni politiche, con le Organizzazioni non governative, e, grazie a questa collaborazione, portiamo le vittime di violazioni dei diritti dell'uomo a scrivere una dichiarazione. Fra queste dichiarazioni selezioniamo quelle piu' importanti. Poi organizziamo incontri pubblici e le vittime parlano delle violazioni subite; e questo e' un momento molto importante perche' permette alle vittime di recuperare la propria dignita', perche' nel vecchio Sudafrica non era mai stata offerta loro la possibilita' di parlare pubblicamente delle loro sofferenze. Questo e' molto importante, specialmente, per le famiglie che hanno perso una persona cara. Parlo dei padri, delle madri, dei fratelli, delle sorelle, di tutti i cari che vengono e fanno una celebrazione della vita di questa persona morta combattendo per i diritti dell'uomo. Sono esperienze potenti, drammatiche, ma anche molto difficili perche' le persone narrano storie di vero orrore, di vera sofferenza e sono persone comuni, spesso analfabeti, non sempre con delle convinzioni politiche, persone che a volte non hanno capito quello che faceva il figlio o la figlia. E' un'esperienza drammatica quella di una madre che, dopo venti anni, ha la prima occasione di parlare in pubblico di suo figlio che e' sparito nel nulla; oppure raccontare un'irruzione della polizia che ha cominciato a picchiare tutti violentemente e poi qualcuno e' morto. Questi incontri vengono ripresi dalla televisione e vengono trasmessi in diretta dalla radio, in tutte le lingue ufficiali parlate in Sudafrica - ne abbiamo undici - e tutti i giornali li seguono e ne riferiscono.
Il sottocomitato per l'amnistia e' quello che si occupa dei processi, per far si' che i colpevoli di certi reati non vadano impuniti. Questo sottocomitato ha il compito specifico di esaminare le richieste di amnistia per le gravi violazioni dei diritti dell'uomo indicati dalla legge costitutiva della Commissione: omicidio, tentato omicidio, tortura, rapimento e maltrattamenti gravi. I processi nel sottocomitato per l'amnistia, sono quasi giudiziari. perche' coloro che chiedono l’amnistia possono ottenerla solo se sono assolte tutte condizioni previste dalla legge. Queste condizioni sono molte, ma qui ricordero' solo le tre principali.
La prima condizione riguarda l’arco temporale. L’amnistia puo' essere richiesta solo se il reato e' stato commesso fra marzo 1960, quando l'African National Congress inizio' lotta armata, come risposta alla strage di Soweto, e il 10 maggio 1994, quando Mandela fu eletto primo presidente di questa nuova Repubblica.
La seconda condizione e' che il reato - che si tratti di omicidio, di rapimento o di tortura - deve essere stato commesso con motivazioni politiche; non e' valida la motivazione personale o per crimini comuni.
La terza condizione - forse la piu' importante - e' che ci deve essere una confessione piena e totale. Bisogna dichiarare tutto quello che si e' fatto, assumersi responsabilita' definite e precise. L’amnistia infatti e' molto specifica ed e' applicata per ogni atto. Non si puo' chiedere amnistia dicendo “ero nella polizia addetto alla sicurezza, chiedo l'amnistia per avere ammazzato delle persone oppure per avere torturato”. No, bisogna riferire in modo specifico di ogni persona uccisa, di ogni persona torturata e ogni azione viene giudicata in base agli stessi criteri. La stessa persona puo' ottenere l’amnistia per un'azione, ma non per un'altra. Le famiglie delle vittime o la vittima, se e' ancora in vita, hanno il diritto di opporsi alla concessione dell'amnistia e hanno anche il diritto di essere rappresentate da un legale. Possono opporsi alla concessione dell’amnistia dicendo che non e' stata detta tutta la verita' oppure che non c'era nessuna motivazione politica per quel determinato crimine.
C'e' un caso che ha avuto grande risonanza nell’opinione pubblica. e' il caso di Chris Hani, leader del Partito comunista sudafricano, comandante dell’apparato militare sudafricano e membro chiave dell'esecutivo dei National Congress. Dopo Mandela era la  figura di maggior spicco nel nostro paese. Nel 1993 fu assassinato, e all'epoca furono catturate due persone: un immigrato polacco e un ex immigrato di passaporto britannico che vive in Sudafrica. Queste due persone dichiararono che questo assassinio era stato voluto dalla destra per impedire l'avvento del comunismo in Sudafrica. Ma gli avvocati e la moglie, che e' adesso in Parlamento, sostengono che e' impossibile che l'ordine venisse da un qualsiasi partito: pertanto, o queste persone non hanno detto tutta la verita' e proteggono qualcuno, oppure hanno agito a livello individuale. Per questi motivi si oppongono alla concessione dell'amnistia e il processo e' ancora in corso. Il nesso fra i due sottocomitati - quello dell'amnistia e quello della violazione dei diritti dell'uomo - consiste nel fatto che se una persona riesce a farsi concedere l'amnistia, le persone che sono state torturate o uccise automaticamente diventano delle vittime e a questo punto comincia il lavoro del terzo sottocomitato, quello addetto alla riparazione e alla riabilitazione.
 
Risarcire e riabilitare
Chi vuole un medico e chi una strada intitolato al figlio

 
Il compito specifico di quest'ultimo sottocomitato e' di esaminare ciascuna vittima e di decidere le misure adeguate di risarcimento e riabilitazione. A volte si' tratta di cure mediche, perche' in quegli anni la gente aveva paura di andare all'ospedale, e cosi' ci sono delle persone che hanno proiettili o schegge nella carne anche a dieci anni di distanza; altre hanno bisogno di' cure mediche per le conseguenze di torture alle quali sono state sottoposte e per le quali non sono mai state curate. Uno dei metodi di tortura preferiti all'epoca lo stiamo scoprendo adesso, era la mutilazione dei genitali con pinze o strumenti elettrici: molte persone vengono da noi dichiarando di essere impotenti a causa della tortura. Per questo e' importante essere esaminati dal medico anche a tanti anni di distanza. Poi ci sono persone che sono state costrette a interrompere gli studi e ora vogliono riprenderli. C'e' chi chiede una tomba per i propri cari, perche' le persone venivano sepolte senza lapide; oppure si chiede una risepoltura perche' le persone possono essere decedute in Angola, in Mozambico oppure perche' la polizia addetta alla sicurezza aveva seppellito i cadaveri in un posto qualunque. A volte, in memoria di una persona, si vuole dare il nome a strade, a scuole ed e' compito del governo decidere se dare seguito a queste richieste.
Naturalmente questo non e' un compito facile perche' le risorse sono limitate, c'e' bisogno di denaro per l'edilizia pubblica, per l'acqua e per tante altre cose. Ecco perche' sono fermamente convinto che uno dei test piu' importanti per la Commissione per la verita' e la riconciliazione e' vedere il governo dare una risposta al maggior numero possibile di queste richieste. Perche' se il responsabile di un crimine riesce a ottenere l'amnistia  non vi saranno cause ne' penali ne' civili, quindi le vittime vengono private dei diritto di appellarsi in questi processi. Allora e' importante sostituire questo diritto con qualcos'altro, diversamente le vittime avranno tutte le ragioni di essere amareggiate e di sentirsi tradite.
 
Ascoltare il nemico
Si', ma anche scoprire i delitti di noi che abbiamo vinto

 
Io sto partecipando a un incontro dal titolo “Ascoltare il nemico”; ho riflettuto e, per essere onesto e franco, devo dire che non sono stati questi i termini in cui noi abbiamo visto la questione della nostra Commissione. Dato che la Commissione ha due aspetti, la verita' e la riconciliazione, e' difficile pensare in termini di "nemico": pensiamo piu' alle vittime e ai responsabili del conflitto; credo che questo sia qualche cosa di unico, perche' ci sono vittime fra gli ex nemici e ci sono anche responsabili di crimini tra gli ex appartenenti ai movimenti di liberazione. Quindi cosa significa adesso “ascoltare il nemico”?
La Commissione per la verita' e per la riconciliazione ha deciso di concentrare l'attenzione nel forgiare una nuova cultura, quella dei diritti dell'uomo. Se si assume un orientamento di questo genere, non si e' piu' in grado di scegliere tra le violazioni buone e le violazioni cattive dei diritti dell'uomo, perche' in questo modo si distrugge la base di questa cultura. Non si puo' dire: poiche' l'African National Congress si batteva per la liberazione, era giustissimo che l'Anc torturasse le persone in galere putrescenti. No, anche se l'Anc poteva dire che si trattava di spie dei vecchio ordine, l'Anc aveva la responsabilita' di trattare i prigionieri in maniera degna. Quando Thabo Mbeki, che sara' il nostro prossimo presidente, e attualmente e' il vicepresidente, ammette che l'Anc ha torturato, ha ucciso, allora chi devo “ascoltare”? Forse la situazione e' un po' peculiare, unica: un movimento di liberazione nazionale costretto ad ammettere responsabilita' di questo genere. Quando ci sono degli adolescenti che vengono alla Commissione e raccontano che, essendo pienamente convinti che una certa persona era un nemico, che lavorava per il governo dell'apartheid, hanno preso un pneumatico e glielo hanno messo sul collo, gli hanno gettato la benzina addosso e hanno acceso un fiammifero, chi dobbiamo “ascoltare”? Dobbiamo “ascoltare” chi ha messo in atto il crimine o la vittima?
Credo che tutto questo ci abbia dato una nuova percezione della natura del conflitto. Forse un filo conduttore importante e' considerare il fatto che ci sono vittime e rei da entrambe le parti dei conflitto. Pero' il conflitto e' stato combattuto da una parte per i diritti dell'uomo e dall'altra parte per la negazione dei diritti dell'uomo, quindi e' impossibile applicare gli stessi pesi e le stesse misure a quelli che combattendo per i diritti dell'uomo hanno violato loro stessi quei diritti e a quelli che imponevano con la forza un sistema che era basato sulla negazione dei diritti dell'uomo. Nel caso dell'apartheid le gravi violazioni dei diritti dell'uomo erano intrinseche al sistema, ne erano un elemento costitutivo. Per chi lottava contro l'apartheid invece i diritti dell'uomo, la democrazia, erano il fine, ma qualche volta c'era confusione tra mezzi e fine. Allora, sebbene si debba riconoscere quanto e' avvenuto, non si puo' dire che e' stata la stessa cosa.
Questa e' la grossa lotta in questo momento in seno alla Commissione, perche' i rappresentanti dell'ex governo l’apartheid vogliono vederlo solo come un conflitto politico, non come una lotta intorno al problema cardinale dei diritti dell'uomo. Fino a quando non riusciranno a percepire questa differenza, non sara' mai possibile ottenere un’assunzione di responsabilita', non ci potra' essere riconciliazione. Io ritengo dal piu' profondo del mio cuore che se non c'e' un'accettazione piena e incondizionata del fatto che l'apartheid era un sistema razzista, senza tentare alcuna razionalizzazione di cio' che quel sistema comportava, non vi puo' essere riconciliazione; quello e' il nostro nemico, il sistema dell'apartheid, e dobbiamo ascoltare e ascoltare di nuovo per cercare di capire e soltanto in questo modo procedere verso una nuova storia.
 
La forza per raccontare
Piangere puo' essere un punto di forza

 
Solo da poco abbiamo cominciato a prendere coscienza dell'impatto traumatico che il conflitto ha avuto sulle persone. Al tempo della lotta, tutti pensavamo che dovevamo essere forti: nessuno ha mai pensato che fosse necessario parlare di quello che era successo loro. Poco fa, per la prima volta, uno dei membri del nostro gabinetto, Mac Marage, ha parlato pubblicamente delle torture alle quali venne sottoposto. E’ successo che un generale, oramai in pensione, a domanda aveva risposto di non essere mai stato coinvolto direttamente o indirettamente nelle torture. Mac Marage era presente, si e' alzato, gli ha chiesto di ricordare il tempo in cui era un luogotenente: "Fosti tu a torturarmi, mi facesti questo e quest'altro, quindi adesso non osare negarlo".
Agli esordi di questa Commissione non erano gli attivisti che venivano alla Commissione, erano le famiglie, le madri, le mogli. Questi familiari venivano alla Commissione e scoppiavano a piangere; davanti ai nostri occhi si dispiegava la tragedia dell'uomo e questo, un po' per volta, ha eroso la necessita' di essere forti che spingeva i militanti a pensare che "loro" non potevano andare davanti alla Commissione. Esisteva un conflitto interiore, ma piangere, a volte, puo' essere un punto di forza e credo che stiamo cominciando a capirlo. Le conseguenze di tutto cio' forse in futuro potranno essere studiate in modo piu' approfondito, ma non era qualcosa che potevamo prevedere quando abbiamo creato la Commissione.
 
Le diversita' delle memorie
I torturatori ricordano il bene, i torturati ricordano tutto

 
Adesso voglio raccontarvi una storia che mi ha toccato personalmente. Nella parte occidentale di Citta' del Capo c'era un gruppo di giovani attivisti, un'ala clandestina del movimento militare dell'African National Congress. Li conoscevo perche' avevo appena finito l'universita' e avevo cominciato a insegnare. A causa della loro attivita' due sono stati uccisi, pensiamo giustiziati. La polizia ha sostenuto che si trattava di autodifesa; ma altri quattro sono stati sottoposti a gravi torture. Alcuni mesi fa il torturatore, uno che si chiama Benzin, ha chiesto l'amnistia. Ogni attivista all'epoca sapeva che la persona da evitare era proprio questo Benzin. Era noto per Il suo metodo di tortura infame: prendeva un sacco nero di tela, lo bagnava, vi faceva sdraiare supini, legava le mani, legava le gambe, saliva sulla schiena, metteva il sacco di tela nera sulla testa e lo chiudeva con una corda; era cosi' esperto che sapeva con esattezza il momento in cui la persona cominciava a perdere i sensi, stava per morire. Allora levava il cappuccio; poi continuava il trattamento fino a quando la persona rispondeva alle domande. Diceva che non gli servivano piu' di trenta minuti per ottenere le risposte che voleva. Ora davanti al pubblico stava Benzin e di fronte c'erano quelli che aveva torturato; e lui chiedeva l'amnistia. Il fatto strano e' che le quattro persone che stavano di fronte a lui non si opponevano alla richiesta, ma dicevano: "Non dici tutta la verita'". Benzin, stranamente, non era in grado di ricordare tutto quello che aveva fatto; ha dovuto fare una dimostrazione pubblica del suo metodo di tortura: ma la cosa che lui ricordava erano solo i gesti di umanita' nel confronti delle sue vittime. "Ma non ti ricordi che ti ho tirato fuori di' prigione e ti ho comperato il pollo?  E tu mi hai detto: quanto mi e' piaciuto il pollo!". "Si'", diceva l'altro, "me lo ricordo, ma e' stato dopo che mi hai quasi ammazzato". La cosa piu' importante per Benzin era riconquistare una fetta della sua umanita', ricordando soltanto i momenti umani del suo comportamento; le barbarie, quelle non se le ricordava o diceva che non era in grado di ricordarle. Ma i torturati ricordavano tutto, fino all'ultimo dettaglio.
Dopo la sessione ho parlato con alcuni di questi attivisti che adesso fanno politica e mi hanno detto che anche per loro era la prima volta che ne parlavano. Non l'avevano fatto mai ne' con la moglie, ne' con la fidanzata, ne' con l'amico piu' intimo. Uno di questi, Gary Cooder, che adesso - ironia della sorte - e' a capo del servizio segreto militare, quando si e' trovato a confronto di Benzin ed e' stato interrogato, e' crollato e ha cominciato a piangere davanti al pubblico.
 
La suprema ingenuita'
Liberta' in cambio di verita'

 
Quando abbiamo cominciato a prendere in considerazione i primi reati di violazione dei diritti dell'uomo, una delle richieste che veniva continuamente presentata dalle vittime era sapere cosa era successo all'amato, chi l'aveva perpetrato e perche'. Si dichiaravano pronti a perdonare, ma dovevano sapere cos'era successo, perche' perdonare e chi perdonare. Adesso, man mano che emergono sempre piu' nomi e piu' fatti, le vittime cominciano a sapere chi, cosa e perche'. E non sono piu' sicure di voler perdonare. Questo e' umano, perche' a volte le azioni sono state cosi' barbariche, cosi' violente. Persone che sono state ridotte in cenere, avvelenate, persone gettate in fosse comuni. La polizia di sicurezza, per combattere la cosiddetta guerra di guerriglia, intercettava le persone che dalla campagna andavano in citta': o le convincevano a lavorare per loro, a diventare "ascari", oppure le eliminavano. In entrambi i casi non si sapeva cosa fosse successo a queste persone. Per anni e anni c'e' stato un velo di mistero. A volte i familiari accusavano l'Anc, perche' dicevano: "Mio figlio e' venuto a fare parte delle tue file, tu devi sapere dove e' andato finire". Quindi immaginate il loro shock quando scoprivano che i loro figli, partiti da casa per combattere per l'Anc, erano diventati "ascari", ammazzavano, quelli dell'Anc, o venivano uccisi dall'Anc in quanto "ascari".
Senza che noi lo avessimo preventivato o programmato, le vittime si vedono assegnare un ruolo preminente nella Commissione. Ecco che cosa e' cosi' forte, potente, nella Commissione a tutti i suoi livelli, sia che si tratti del sottocomitato sui diritti dell'uomo dove si parla con la propria voce, oppure dei sottocomitato per l'amnistia in cui i rei si' devono confrontare con le vittime. Ed e' cosi' diverso da un processo in tribunale. Perche' in un processo comune, in tribunale, l'accusato ha sempre la tendenza a proteggersi, a dire bugie, a negare. Ma nel processo per l'amnistia, e' proprio dire la verita' che evita la condanna, perche' se non si dice la verita', se non si dice tutto, non c'e' amnistia. E’ un fenomeno molto interessante perche' le vittime e le famiglie delle vittime a volte si vedono assegnare un posto piu' importante di quello dell'avvocato nello stabilire la verita', soprattutto se si tratta di sopravvissuti. Ecco perche' viene sempre sottolineata l'importanza della presenza delle vittime: questo e' un diritto fondamentale perche' la riconciliazione non e' solamente un processo storico ma e' anche il modo in cui la societa' tratta le vittime dei diritti umani. E abbiamo notato che anche se i familiari della vittima si oppongono alla concessione dell'amnistia non rinunciano mai a essere presenti; anche se sanno che l'amnistia potra' essere concessa anche contro il loro parere ritengono che, sia importante presentare il loro punto di vista,
La riconciliazione non e' un processo facile. Perche' e' un processo che non si propone solo di sapere chi e' la vittima e chi e' il carnefice; il nostro compito e' cercare di capire in tutte le sue sfaccettature e in tutta la sua complessita' quello che e' successo. Credo che questo sia un problema che non riguarda solo l'oggi, ma il futuro. E’ una cosa che abbiamo ribadito piu' volte nell'ambito della Commissione: che esiste non solo per indagare il passato, ma per ricostruire il futuro.