L'Italia accusata di complicità con Guantanamo!

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Lo dice questo spaventoso articolo di Repubblica che ripubblichiamo.

L'INCHIESTA. I legali di 6 tunisini detenuti: Roma complice, rimpatriateli
Ll'11 giugno hanno fatto arrivare un dettagliato rapporto in Italia
Gli "italiani" di Guantanamo
"Interrogati da agenti del Sismi"
dal nostro inviato CARLO BONINI

Adel Al HakimiWASHINGTON - Gli spettri della Guerra al Terrore tornano a bussare alla porta di Palazzo Chigi. E questa volta hanno il volto di sei cittadini tunisini e di una giovane donna dai capelli biondi, che si è caricata sulle spalle il loro destino. Adel Al Akimi, Hisham Sliti, Hedi Hamamy, Lofti Bin Ali, Saleh Sassi, Abdel Ben Mabrouk, quarantatré anni il più vecchio, trentotto il più giovane, sono gli "italiani" di Guantanamo. Perché della Tunisia hanno conservato solo il passaporto.

Perché la loro casa, le loro famiglie sono in Italia, dove hanno vissuto per anni, non da clandestini né da ricercati, ma da uomini liberi con un regolare permesso di soggiorno. La donna si chiama Cori Crider. E' un avvocato americano che si divide tra Londra e gli Stati Uniti dove difende, per "Reprieve", associazione legale anglo americana, le ragioni di chiunque abbia sceso l'ultimo gradino nella scala dei diritti. In un anno di indagini difensive, ha messo insieme un rapporto di 26 pagine che, ora, accusa il governo di Roma di "complicità nella violazione dei diritti umani" dei suoi assistiti, prigionieri da sei anni nelle gabbie della base navale di Cuba, sfidandolo a sollecitarne il rimpatrio in Italia. Un documento essenziale nella violenza dei suoi dettagli, nella capacità di svelare sul conto dei "Gitmo six" (di cui pure era nota l'esistenza) il destino che li ha travolti, la ferocia della loro prigionia, la violenza psicologica e giuridica sofferta per mano di funzionari del Sismi che ebbero ad interrogarli tra il 2002 e il 2003.

L'11 giugno Cori Crider ha fatto recapitare, insieme al rapporto, una lettera di tre cartelle al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, al ministro di Giustizia Angelino Alfano, a quello dell'Interno Roberto Maroni, a quello degli Esteri Franco Frattini. Si legge: "Egregio Presidente, con mio rincrescimento, devo informarla che le autorità italiane, in piena violazione del diritto internazionale, appaiono complici nella cattura dei sei cittadini tunisini che difendo e negli abusi che hanno subito nell'isola di Guantanamo. Siamo infatti in grado di dimostrare che i detenuti in questione, come del resto la maggior parte di quelli rinchiusi a Guantanamo, hanno raggiunto l'isola di Cuba attraversando lo spazio aereo italiano. Abbiamo inoltre appreso che i sei detenuti sono stati interrogati tra il 2002 e il 2003 da agenti delle forze dell'ordine e dell'intelligence militare italiana, il Sismi, in un periodo cioè in cui gli interrogatori sotto tortura hanno costituito prassi regolare nella prigione. Ciò che è peggio, le informazioni raccolte dagli agenti italiani sono state condivise con i Servizi americani e con il regime tunisino, consentendo che nel loro paese di origine, la Tunisia, i miei assistiti venissero in tal modo condannati in absentia a lunghe pene detentive prive di qualsiasi base giuridica, ma tali da impedire oggi il loro rientro in quel Paese".

Al governo italiano viene prospettata un'alternativa: "I miei assistiti - prosegue la lettera - hanno trascorso gli ultimi sei anni in un Inferno che avrebbe reso orgoglioso Dante. E, oggi, rischiano di precipitare in un girone ancor più terribile, quello della detenzione e della tortura in Tunisia. Dunque, riteniamo che il governo italiano, come già accaduto in Germania e Spagna, possa compensare i danni già arrecati ai sei cittadini in questione rimpatriandoli in Italia, dove erano regolarmente residenti. Qualora questo non avvenga, l'Italia, alla luce di quanto previsto dalla Convenzione internazionale contro la tortura, sarà ritenuta giuridicamente responsabile di quanto sin qui accaduto e di un'eventuale consegna dei miei assistiti alla Tunisia".

Il governo italiano non ha dato alcun cenno. A Palazzo Chigi, la questione deve apparire evidentemente di nessuna rilevanza né diplomatica, né giuridica. A dispetto della macchina "risarcitoria" che uno studio legale anglo-americano è in grado di mettere in moto. A dispetto delle implicazioni politiche che il rapporto documenta e che fanno dell'affare una questione assai seria.

Le storie di Adel Al Akimi, Hisham Sliti, Hedi Hamamy, Lofti Bin Ali, Saleh Sassi, Abdel Ben Mabrouk si somigliano come gocce d'acqua. Vivono in Italia per molti anni. Chi a Bologna (Adel), chi a Milano, chi a Torino (Saleh). Ottengono il permesso di soggiorno e per ragioni diverse lasciano il Paese nei mesi precedenti l'11 settembre. Chi per raggiungere il Pakistan (Adel qui si sposa e qui mette incinta la moglie di una bambina che ha oggi sei anni e che lui non ha visto nascere). Chi l'Afghanistan (Hisham, che tenta di liberarsi della dipendenza dall'eroina, raggiunge il cugino che ha aperto una macelleria).

Con l'inizio delle ostilità, vengono catturati dall'esercito pachistano e venduti all'intelligence americana come "pericolosi terroristi di Al Qaeda" (Hisham ha la pessima idea di allungare 20 dollari a un tassista afgano perché gli faccia superare il confine con il Pakistan. E il tipo lo consegnerà per 5.000 alla prima pattuglia americana). Arrivano tutti a Guantanamo tra il gennaio del 2002 e il febbraio del 2003. A bordo di aerei che fanno regolarmente scalo nella base americana di Incirlic, Turchia. Si legge nel rapporto: "I piani di volo ottenuti dalle autorità aeronautiche spagnole e portoghesi ci consentono di dire che è altamente probabile che gli aerei in questione, come del resto almeno altri 28 voli carichi di prigionieri diretti a Cuba, abbiano attraversato lo spazio aereo italiano, con il permesso delle autorità di governo e in piena violazione delle leggi italiane ed europee".

E' un problema. Ma non il solo. Perché quando, nel maggio scorso, l'avvocato Cori Crider ha finalmente accesso ai suoi clienti nelle gabbie di Guantanamo, le loro testimonianze illuminano quale sia stato, tra il 2002 e il 2003, il lavoro condotto a "Camp Delta" non solo dai nostri agenti di polizia e dai militari dei carabinieri (la circostanza era nota), ma dai funzionari del Sismi, la cui presenza sull'isola era rimasta sino ad oggi segreta. Evidentemente per dissimulare la piena consapevolezza che Palazzo Chigi aveva di quanto accadeva a Guantanamo nei suoi giorni più bui.

Racconta Adel Al Akimi: "La prima volta venni ascoltato da sei uomini della polizia italiana e la conversazione fu civile, perché scoprii che uno dei poliziotti, un napoletano, era parente del mio amico Giovanni, il proprietario della "Trattoria la Mela" di Bologna, dove avevo lavorato per anni. Quando ci salutammo i poliziotti mi dissero di non preoccuparmi. Perché era chiaro che non avevo fatto nulla e che sarei tornato a casa presto. Mesi dopo, però, arrivarono altri italiani che mi dissero di essere del "Servizio"". Sono due funzionari del Sismi.

Adel ne ricorda le fattezze e i modi: "Uno alto e uno basso, con i capelli grigi. Giocavano al buono e al cattivo. Quello alto mi consolava, quello basso mi riempiva di accuse e di apprezzamenti razzisti. Ricordo che mi disse: "Sei qui perché vuoi creare lo Stato islamico e conquistare l'Occidente". E quando mi lamentai delle torture che subivo, rispose: "Lo so come vanno le cose qui"".

A Hisham Sliti va peggio. Il suo regime di detenzione è infernale. I suoi carcerieri gli vietano per mesi indumenti puliti ("mi diedero da indossare le mutande sporche di un altro prigioniero"), lo picchiano se accenna un gesto di ribellione. "King Kong", il più violento tra gli americani che lo interroga, lo sfregia scaraventandogli sul volto un frigorifero portatile. E così, quando arriva la visita degli italiani, il disgraziato crede si sia accesa una luce. Hisham non ricorda con esattezza se fossero carabinieri o polizia. O, almeno, soltanto carabinieri o polizia.

Ricorda solo due cose: "Dopo avermi interrogato e mostrato un album di fotografie, mi dissero che ero proprio "un nessuno". E ricordo uno di loro, basso, con un'uniforme della Marina militare italiana (il che lascerebbe pensare a un militare del Sismi ndr) che nel congedarsi mi disse "Fatti i cazzi tuoi"". I "cazzi suoi" Hisham se li è fatti e da Guantanamo non si è mosso. Mentre una corte tunisina lo condannava a 40 anni sulla scorta delle informazioni raccolte nella sua gabbia.

Il copione si ripete con Hedi Hamamy. I due funzionari del Sismi gli fanno visita nel febbraio del 2003, questa volta accompagnati da un americano che assisterà in silenzio all'interrogatorio e al commiato che lo chiude: "Quello dei due italiani che sembrava il capo, mi disse: "Qui dentro ci resterai finché non metti i capelli bianchi"". Hedi, oggi, ha 39 anni e a 10 lo ha condannato una corte tunisina.

Dopo sei anni, per il Dipartimento della Difesa americano, i "Gitmo six" sono inutili zavorre. Privi quali sono, ormai, di qualsiasi valore di intelligence. Oggi, gli avvocati di "Reprieve" renderanno disponibile on line il rapporto sul loro caso.

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