Jacopo Fo

La banalità del bene

 

Idee fisse, preconcetti, banalità nella testa, leoni da tastiera, urlatori da teleschermo. Se vogliamo migliorare il mondo dobbiamo ridiscutere l’approccio agli amici e ai nemici.
Ne parlo con Enrico Deaglio sulla pagina facebook di Jacopo Fo.

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C’è stato un tempo in cui noi comunisti eravamo convinti che fosse stato il compagno Ivan a salvare il maggior numero di ebrei dalle camere a gas.

Poi arriva Deaglio con il suo libro La banalità del bene, e ci racconta la storia di un fascista che riesce a evitare che migliaia di ebrei vengano deportati. E lo fa dimostrando un’incredibile capacità di inventiva: nel 1944 si trova a Budapest e spacciandosi per un funzionario spagnolo e imbrogliando i nazisti tedeschi e ungheresi riesce a strappare loro persone che già si trovano sui treni della morte. Raccoglie ebrei in fuga, li nasconde in case sicure e nonostante non abbia denaro riesce a procurare loro cibo organizzando una rete clandestina di aiuti. Poi inizia a falsificare documenti e lasciapassare dell’ambasciata spagnola organizzando la fuga di queste persone. Riesce così a farli scappare.

E questo lo fa un fascista della prima ora, uno che è andato volontario a combattere in Spagna contro i repubblicani.

Non so se rendo l’idea dello shock che ebbe il libro di Deaglio su gente come me: ma come, i fascisti non sono tutti cattivi? Non sono tutti marci? Scoprire che le qualità migliori dell’essere umano possono trovarsi anche in un fascista era per noi inconcepibile! Ma come potevamo non credere a quello che aveva scritto il compagno Deaglio?
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