Cosa faresti se non avessi paura?

Lo ha chiesto Sheryl Sanberg, mente economica di Facebook, durante un discorso augurale a un gruppo di neolaureate.
Ha detto anche: “La fortuna aiuta veramente gli audaci” e “Siate incredibili”.
Queste parole tratte dal numero 917 di Internazionale, che dedica la copertina a Sanberg, sono capitate a fagiolo proprio oggi. Il numero di Internazionale è dell’ottobre 2011, era finito chissà dove e me lo sono ritrovato in mano persuaso che fosse l’ultimo numero.
Ci sono giornate durante le quali sono convinto che la magia esista e che quasi tutto sia possibile.

Nel numero scorso di Cacao della Domenica ho raccontato il mio fantasmagorico progetto di creare una comunità di relazioni personali, gioco, arte e lavoro, che contenga anche sistemi di acquisto consociato, banca del tempo, moneta complementare.
Questo articolo ha provocato un dibattito molto interessante con alcuni lettori.
Ho deciso quindi di continuare il discorso.
Al di là della forma del progetto che ho proposto, vorrei occuparmi oggi dell’esigenza che cercavo di soddisfare.

Tutto parte da una domanda: come si evolvono i sistemi di organizzazione sociale?
Per secoli oltre agli stati guerrieri feudali e alle organizzazioni religiose non c’è stato altro.
Lo sviluppo della borghesia ha portato alla nascita delle corporazioni professionali che erano contemporaneamente organizzazioni sindacali, banche, assicurazioni e sistemi di garanzia sulla qualità dei manufatti, sul rispetto dei contratti e dei pagamenti. Se non pagavi un membro di una corporazione, nessuno di quella corporazione ti avrebbe più fornito prodotti.
La nascita del movimento socialista e comunista hanno dato vita ai moderni partiti politici, con le loro organizzazioni di massa, associazioni culturali come l’Arci o le Acli, diffuse sul territorio, che si occupavano di sport, tempo libero, eventi culturali, gestire luoghi di socializzazione come le case del popolo.
Nel secolo scorso l’unica novità dal punto di vista organizzativo sono stati i gruppi di autocoscienza femminista, dove per la prima volta ci si incontrava per raccontare la propria vita, e le comuni, dove si tentava di creare un diverso modo di condividere e abitare.
Oggi internet ci ha portato la rivoluzione dei social network.
Io credo che si sia nel mezzo di una crisi epocale, che investe la nostra cultura, e che renderà inevitabile un cambiamento delle relazioni economiche e degli stili di vita.
E credo che perché questo cambiamento avvenga sarà necessario inventare un nuovo tipo di organizzazione delle relazioni sociali.
Immagino un tipo di organizzazione che superi la separazione tra sfera politica, sfera relazionale e sfera lavorativa.
Il modello dominante nella nostra società è stato fino ad oggi quello della separazione.
Si separano i costi di produzione di un bene dai costi ambientali di quella produzione. Quando lavoriamo abbiamo un’identità precisa, ci sono i sindacati che unificano i lavoratori. Ma quando spendiamo i nostri soldi diventiamo improvvisamente consumatori individuali.
Ugualmente siamo solitari nei rapporti familiari e di amicizia, come di fronte alle malattie o a problemi legali.
Sempre più negli ultimi anni assistiamo a esperienze che cercano di “organizzare” le nostre diverse identità: sono nate associazioni dei consumatori, di alcolisti anonimi, di famigliari di disabili, gruppi che difendono identità sessuali, eccetera.
Nel mio ultimo articolo ho provato a immaginare come potrebbe essere un’organizzazione di nuovo tipo, che rappresenti la totalità dell’individuo contenendo le sfere private e pubbliche, politiche e lavorative.
Non so se il la mia idea verrà messa in pratica ma è in questa direzione che vedremo delle novità in futuro.

Le direttrici del nuovo tipo di organizzazione sociale che immagino nascerà sono:

1) Il motore dell’aggregazione è di tipo lavorativo. Immagino strutture cooperative o imprese che considerano centrale carburante dello sviluppo economico un nuovo patto tra manager, finanziatori e lavoratori.

2) Considerare la cooperazione indispensabile non solo per produrre ma anche per acquistare, con la costituzione di gruppi di acquisto globale, dallo spillo alla casa.

3) Valorizzazione dell’insieme delle competenze di una persona (siamo bravi in campi diversi). Quindi persone che svolgono diversi lavori. Puoi essere contemporaneamente un bravo orafo, un valente massaggiatore e un abile organizzatore di feste. E puoi trarre reddito da tutte queste attività senza dover scegliere un solo lavoro. Un modo ampiamente sperimentato di ottenere reddito da diverse competenze sono le banche del tempo. Ma anche il baratto, il riciclo e il riuso offrono esempi di diversa gestione dei beni. Ugualmente sono interessanti le esperienze di condivisione (cohausing) o uso collettivo (car sharing).

4) Unificare l’identità di lavoratore con quella di consumatore mettendoci dentro tutte le diverse passioni e attitudini ma anche autogestire l’economia. E qui le esperienze sono ormai molte, dalle banche etiche cooperative, alle monete complementari, alle cooperative che investono i risparmi dei soci in impianti fotovoltaici o eolici. E cooperative, come quella dell’Ecovillaggio Solare di Alcatraz, che gestiscono la costruzione di un sistema abitazione integrato che offre possibilità enormi di risparmio, condivisione, opportunità relazionali, economiche e lavorative.

5) Un altro elemento dovrebbe essere una funzione di servizi alla persona e alla comunità. Olivetti, un grande rivoluzionario poco conosciuto, creò negli anni ’30 scuole per i dipendenti, colonie e centri ricreativi per i loro figli, case e sistemi di credito e assicurazione. E un servizio di assistenza che aiutava i dipendenti in varie situazioni particolari. L’idea era che la fabbrica dovesse occuparsi dell’insieme della vita dei dipendenti ottenendo in cambio una più alta qualità delle relazioni aziendali e quindi del lavoro. Googe e Facebook, come molte aziende moderne, investono grandi risorse per rendere il posto di lavoro simile a un parco giochi. Hanno capito che l’aspetto ludico è essenziale per la creatività dei dipendenti e ha effetti galvanizzanti sui fatturati. Cosa succederebbe se un’azienda creasse un Ufficio Giochi e Divertimenti, con professionisti che si occupano di organizzare eventi divertenti? E cosa succederebbe se si occupassero anche di fare una sorpresa alla telefonista triste, reclutando 20 colleghi che le portano la colazione a letto la domenica mattina? E' possibile immaginare un’azienda che si occupi di creare plusvalore ludico? Che potrebbe combinare un ufficio risorse umane che iniziasse a compilare la lista di tutte le passioni, i desideri e le competenze di tutti i dipendenti, allo scopo di offrire opportunità di connessione/condivisione e gioco?

6) E cosa succederebbe se mischiassimo tutto quello fin qui detto, creando un’interfaccia digitale che renda fluida e comunicativa l’enorme rete di interconnessioni e opportunità disponibili? Un super Facebook con la tua pagina che oltre a ospitare immagini e messaggi ti segnala chi avrebbe bisogno di te o sarebbe interessante che tu conoscessi?

7) Ultima domanda: se un tipo di organizzazione sociale di questo tipo esistesse creerebbe una sinergia sociale che ancora non s’è mai vista sul pianeta? Faccio un esempio. La più grande rivoluzione economica del Medioevo è derivata dallo sviluppo delle corporazioni. Ad un certo punto alcune corporazioni arrivarono a collegarsi con le loro gemelle di altre città, creando reti che coprivano mezza Europa. La possibilità di avere rapporti con una persona fidata in un’altra città permise di inventare le lettere di credito. Invece di portarti i soldi appresso, col rischio di essere rapinato, consegnavi il denaro alla tua corporazione e andavi poi a farti dare quei soldi dalla corporazione di un’altra città, presentando un foglio di carta con i dovuti sigilli. La stessa logica fu utilizzata per costruire le prime forme di consociazione: dieci proprietari di una nave si mettono assieme socializzando il rischio. Se una delle 10 navi affonda ognuno ci rimette un decimo del danno. Il sistema delle società di rischio e delle lettere di credito sta alla base del moderno sistema bancario, assicurativo e azionario. E questo sviluppo sarebbe stato impossibile senza la creazione del un nuovo modello di relazione sociale contenuto nel sistema delle corporazioni professionali. Ora mi chiedo: se si sviluppasse un livello di interazione sociale più complesso, quali sinergie potrebbero nascere? Potrebbe uscirne un’economia quadridimensionale (idea da vertigine teorica) al posto dell’attuale economia monodimensionale (il denaro). Un’economia dove esiste una moneta ufficiale (euro), una moneta collaterale (Wir, banche del tempo), una moneta che ha solo scopo ludico e che fa parte di un sistema di gioco a punteggio (chi fa ridere di più ha diritto di essere il re dei buffoni per un giorno) e una moneta del bene comune. Anche questa del bene comune non è una novità. Esistono già alcune centinaia di aziende, soprattutto in Austria e Germania, che certificano reciprocamente sia la qualità dei prodotti sia l’impatto ecologico e sociale dell’impresa. Se questa paga bene i dipendenti, non strapaga i top manager, si occupa della crescita culturale dei giovani della zona, organizza servizi di pubblica utilità o solidali, investe nella difesa ambientale, acquisisce un punteggio che può pubblicizzare sulle etichette dei suoi prodotti. Puoi comprare un barattolo di ananas liscio oppure scegliere un ananas che ti offre anche 100 punti di bene comune. Le aziende che già praticano questo sistema puntano sul fatto che esisteranno sempre più consumatori etici interessati a una vera qualità totale. E l’importanza che ha oggi il commercio equo e solidale con il terzo mondo fa sospettare che abbiano ragione. E questi imprenditori con l’additivo del bene comune, immaginano anche che lo Stato ad un certo punto riconoscerà esenzioni fiscali alle aziende, commisurati alla contabilità di questo nuovo tipo di merce: il Bene Comune. Ma perché non immaginare che anche i cittadini che consumano prodotti con alto tasso di bene comune possano a loro volta trarre vantaggi sociali dalla loro scelta (chi raccoglie etichette con 10 mila punti di Bene Comune avrà diritto ad essere abbracciato da 111 persone nel giorno della Grande Marmotta).

Bene mi fermo qui perché credo di aver dato l’idea.
Per favore se vuoi partecipare con un contributo alla discussione in corso, pubblica il tuo post qui sotto, non FB, no mail, no scrivere a Babbo Natale, sennò viene fuori un casino che non si riesce a seguire il dibattito perché si disperde in mille rivoli.
Grazie a chi parteciperà ordinatamente alla discussione.
Per compiere grandi imprese serve piccolo metodo.
 


Commenti

Buonasera Jacopo...credo che tu mi legga nel pensiero...fondamentalmente si tratta semplicemente di cambiare le priorita' al sistema in cui viviamo:ovvero porre L'UOMO al centro della società di cui fa parte, in un mondo del genere tutte le persone avrebbero le stesse possibilita' e la stessa considerazione, perchè colui che farebbe l'imprenditore non sarebbe meno importante di coloro che lavorano per lui creando il suo e il loro benessere, perchè le persone attraverso la realizzazione delle loro aspirazioni lavoro-creative l'aiuto e il sostegno reciproco parteciperebbero al benessere di tutti!Ma sai forse come potrebbe essere possibile questo?Se tutti indipendentemente dal lavoro che svolgono guadagnassero gli stessi soldi, perchè allora nessuno potrebbe usare la ricchezza per calpestare l'altro e l'aspirazione non sarebbe piu' la ricchezza o il possedere di piu' rispetto ad altri ma l'autorealizzazione nel contribuire al bene di tutta la comunità attraverso l'espressione di se stessi nei lavori,nella creatività,nell'aiuto reciproco,e partecipazione attiva alla vita comunitaria !Il denaro allora non sarebbe piu' il fine ultimo ma semplicemente un mezzo!

giustissimo che il denaro deve essere un mezzo e non il fine, ma non è giusto pretendere che tutti guadagnino allo stesso modo indipendentemente dal lavoro svolto. ci sono capacità che pochi hanno e che è giusto vengano remunerate maggiormente di altre.
il problema non è il capitalismo in sè stesso, ma l'avidità dell'uomo che lo ha portato all'estremo. dall'altra parte il comunismo ed il socialismo hanno dimostrato di non funzionare.
a mio parere la soluzione è un misto tra i due sistemi, vale a dire un "capitalismo equo", dove chi ha maggiori capacità guadagna più degli altri ma allo stesso tempo "si accontenta" facendo star bene i dipendenti (pagandoli di più), rispettando l'ambiente (sostenendo i relativi costi, e sono tanti) e pagando le giuste tasse.
ma purtroppo è un'utopia, salvo eccezioni, perchè l'uomo è avido e tenderà, per guadagnare di più, a pagare meno i dipendenti, a inquinare per avere meno costi, a pagare meno tasse possibili (e d'altra parte chi sta al governo tenderà a guadagnare il più possibile dalla sua posizione sottraendo soldi alla collettività, anche questo è capitalismo estremo).
e non importa se su una popolazione di 100 solo 1 è avido, l'evidenza dimostra che quell'1 è sufficiente per rovinare tutto. per questo il capitalismo equo su scala globale è un'utopia.
è possibile però realizzare qualche isola felice, e mi auguro che jacopo col suo progetto riesca a realizzarne una.

Guarda...dal mio punto di vista non vi sono persone che hanno piu' capacità di altre, abbiamo solamente attitudini diverse,e il fatto che alcuni riescano a fare lavori piu' particolari rispetto ad altri dipende dalle possibilità che hanno avuto e dall'educazione che hanno ricevuto.Se tutti avessimo le stesse possibilità di contribuire al bene comune e se ci fosse un insegnamento nel quale si dicesse che ogni persona vale quanto l'altra e il lavoro di ognuno è importante quanto quello di un altro perchè contribuisce in maniera equa al bene comune,le persone avrebbero la possibilità di sbizzarrirsi in quello che vogliono fare.Io la vedo un po' come "un'azienda" a conduzione famigliare in cui i guadagni di tutte le attività economiche vengono divise equamente tra coloro che fanno parte di una tale società, cosicchè tutti avrebbero interesse a contribuire a loro modo alla prosperità della comunità,e piu' la comunità guadagnerebbe piu' ne guadagnerebbero tutti.Spostare l'interesse del singolo all'interesse di una comunità intera.

Questa è la verità!

Il consiglio che vi darei se voi foste davvero intenzionati a stampare la vostra moneta è di farla basare su qualche cosa di concreto, altrimenti non andreste lontani. Mises dimostrò che l’inflazione – un incremento dell’offerta di moneta, cioè quello che vorreste fare voi – è un processo di tassazione e ridistribuzione di ricchezza.
In una economia di libero mercato in via di sviluppo in cui non ci sono iniezioni di nuova moneta da parte del governo, i prezzi generalmente scendono mentre aumenta l’offerta di beni e servizi. La discesa dei prezzi e dei costi fu proprio l’indicazione bene accetta della espansione industriale avvenuta durante gran parte del diciannovesimo secolo.
Non sono il classico tradizionalista, ma il teorema di regressione di Mises (economista non troppo conosciuto oggi) dimostra che si poteva logicamente ritrovare il significato della domanda di moneta nei tempi antichi in cui essa non era moneta ma una materia prima comodamente utilizzata per il baratto; in breve, cioè, nei tempi in cui la moneta-materia prima (per esempio oro o argento) veniva domandata esclusivamente per le sue qualità di materia prima sia consumabile che utilizzabile nel baratto.
Ciò voleva dire che la moneta non aveva avuto origine per opera del governo, che dichiarava qualcosa avere valore di moneta, né era riconducibile a qualche particolare contratto sociale; essa si era potuta sviluppare a partire da una materia prima generalmente utile e preziosa.
Non dico di investire in oro (che non sarebbe neanche una cattiva idea) ma di tenere un'ammortizzatore di materie prime sotto il mattone (lo stesso mattone è un pezzo di ammortizzatore, non so se sono chiaro), poiché la loro assenza nel sistema economico odierno (Bretton Woods 1972) ha portato al fallimento che conosciamo,
ciao

Non sono un economista ma il Wir svizzero funziona da 80 anni... Bisognerebbe studiare nel dettaglio come hanno fatto...

Una rete come quella di cui parli si sta creando intorno al movimento della transizione: hai provato a contattarli? Secondo me sarebbero molto interessati al tuo progetto!

ecco il loro sito:
http://transitionitalia.wordpress.com/

a presto,
Marco

Olivetti fu un incredibile precursore, ideatore di un vera e propria pacifica rivoluzionaria nuova organizzazione sociale.
E per questo lo fecero fuori.
Il sistema poteva funzionare, perché non erano solo parole di un innocuo bohemienne, bensì impostazione voluta da un imprenditore finanziatore.
Oltre a quanto hai scritto, aveva creato anche delle fattorie che producevano le materie prime, di qualità certificata, usate poi nella mensa aziendale o con cui pagare direttamente, in alcuni casi, in beni primari i dipendenti...
Complimenti, anche se non ci sarò, per la festa di Cacao.

fiducia
in se stessi e negli altri
occorre chiamare a sé l'audacia del coraggio che ci appartiene
e immaginare ciò che vogliamo vedere realizzato
occorre poi un "luogo" della conoscenza
(oggi è un momento propizio…c'è il mirabolante internet)
dove incontrarsi, confrontarsi, condividere le proprie impressioni e espressioni
incominciando ad alimentare un ruscello alternativo che un giorno avrà una tale portata da soppiantare l'attuale "canalizzazione" di energie…già perché, qualsiasi cosa pensiamo, facciamo, compriamo, scegliamo…creiamo!
bruno munari, che di creatività se ne intendeva, diceva che tutto può essere ripensato, riprogettato…ecco, direi che siamo pronti per riaprire mente e cuore ad un gioco innato…immaginare!
come i bambini, senza paura di farlo!

Ben li conosciamo e ci piacciono... Il loro primo convegno italiano è stato ad Alcatraz... Certo che ne ho parlato anche con loro... Grazie comunque per l'ottima segnalazione! Auguri!

La continuità di cui parla Jacopo e che sembra l'ingrediente mancante negli incontri/seminari 'a tempo'. Si potrebbe creare un'associazione intitolata 'UNIVERSITA' dei MESTIERI'. I docenti sono i pensionati e/o le persone che possano trasmettere ed insegnare il loro 'sapere' e il loro 'saper fare' ai ragazzi, bambini, giovani, genitori... insomma tutti quelli che non hanno avuto la fortuna di vedere un papà o un nonno aggiustare un rubinetto, una ruota di bici, saldare un filo elettrico, ecc. Oppure una mamma o nonna o zia che cuciva, faceva la maglia, AGGIUSTAVA.
I nonni/e si sentirebbero utili e il fare ed il sapere non andrebbero persi. La pratica potrebbe essere sostenuta o dimostrata da lezioni di teoria 'concreta' di geometria, matematica, fisica ecc.
Inoltre ognuno degli 'allievi' potrebbe allenare delle abilità e competenze, scopire attitudini, da integrare con quelle di altri.

Assolutamente d'accordo. Se ti interessa un'idea analoga è stata sperimentata in Inghilterra dalla Transition Town (credo si scriva così... Movimento della Transizione)