Jacopo Fo srl
Loc. S.Cristina, 53
06020 Gubbio (PG)
Iscritta presso il registro delle imprese di Perugia con numero di iscrizione 170001 e Partita Iva 01956540544
Capitale sociale interamente versato: Euro 119.000,00;
Consultazione rapida dei nostri siti - Internet site
I quattro dell’Alleanza si avvicinarono. Io, Pinin e Armin formavamo il gruppo di contatto. I cinque anziani amici di Pinin erano sparsi per la sala con le facce da turisti. Quando i quattro furono a un paio di metri Armin li salutò. Ci guardammo. Non ci furono strette di mano. Armin disse: “Aspettiamo che arrivino gli altri”.
“Aspettiamo”, disse il più anziano dei quattro, un signore imponente con una gran pancia e una settantina d’anni. Calvo. Gli altri tre erano giovanotti con lievi rigonfiamenti sotto le giacche.
Uno in particolare mi colpì. Aveva una faccia neutra, il naso piccolo, le mani piccole. Da una serie di segnali corporei trassi l’impressione che comandasse lui la forza d’urto.
Poi arrivarono quelli dell’Alleanza, anche loro erano quattro come avevamo chiesto. Tutti e quattro in blu. Tre maschi e una femmina. Carina ma aveva un corpo da lottatrice. Il capo delegazione era un vecchio piccolo e secco come un colpo di tosse.
Se avevano delle pistole le nascondevano bene. Forse erano tipi da fondina alla caviglia. La ragazza poteva nascondere una calibro 32 nel reggiseno.
Anche loro si avvicinarono. Sorridevano. Armin li salutò, il vecchio segaligno rispose aggiungendo un cenno gelido per la delegazione dell’Alleanza. I suoi accompagnatori restarono col sorriso meccanico sulla faccia e gli occhi spenti. Assassini nati.
Poi il vecchio della Congregazione diede uno sguardo alla Pinin: “Ti vedo bene, cara.”
Lei lo guardò come se vedesse un lombrico per la prima volta: “A te invece ti vedo sciupato…”
Lui incassò senza cambiare espressione. Sorriso metallico.
Pinin conosceva proprio tutti in questa storia.
Quando mi svegliai ero in una stanza dentro la clinica.
O almeno supponevo che fosse la clinica.
Poi persi di nuovo conoscenza.
Poi entrò nella mia stanza la signora anziana svampita. Quella con il vestito a fiori.
Avevo di fronte un grosso infermiere che mi stava cambiando la flebo. Dopo un attimo non c’era più. Al suo posto apparve la signora svampita che mi aveva detto che non avrei amato nessuna delle tre sorelle, poi si era scoperto che aveva ragione perché le sorelle erano quattro.
Mi sorrise e mi disse: “Alzati coglione, sennò questi ti fanno fuori con le flebo.”.
Mi afferrò per i polsi e tirò fino a mettermi seduto. Aveva una presa da lottatore. Probabilmente si era allenata le dita chiudendo ravioli. A volte le donne anziane hanno una forza mostruosa.
Continuò a trainarmi per i polsi fino a quando fui giù dal letto. I miei piedi erano nudi, il pavimento era freddo e per terra c’era l’infermiere lungo disteso. Aveva un lieve sorriso. Forse stava facendo un bel sogno. Evidentemente la signora svampita l’aveva abbattuto. Pensai di chiederle se avesse usato una siringa o il kung fu. Ma non mi ricordo se gliel’ho chiesto veramente. Poi io ero su una carrozzina a rotelle. La vecchietta spingeva. Fuori c’era il nipote, quello che l’aveva accompagnata via la prima volta che l’avevo vista. Il nipote era sempre molto gentile, e guidava un’autoambulanza. Ma questo lo capii dopo, quando superammo il cartello che diceva Milano 200 km.
Ero solo nella stanza.
Ed ero abbastanza sveglio.
C’era penombra. Mi sembrava di essere in ospedale.
Non sapevo dov’ero.
Mi ricordavo che Deborah mi aveva chiesto di dirle il numero che avevo visto stando dentro un sogno drogato.
Praticamente tutto quello che avevo vissuto recentemente era solo un sogno. Il che spiegava parecchie cose.
Ad esempio i libri che avevano una copertina diversa dal contenuto e i libri che contenevano lo stesso testo ma il testo in realtà era diverso.
Era vero che era stato tutto un sogno?
Me lo chiesi, poi mi addormentai di nuovo.
Poi mi accorsi che stavo pensando e per un attimo mi resi conto che i miei pensieri erano un po’ impresentabili.
Poi caddi dentro a una domanda che mi parve essenziale. Vorrei sapere se 4444 pinguini incolonnati sono un bel numero. Credo di sì.
D’altra parte anche 4444 pere sono un bel numero.
Invece 4445 sacchi di merda non sono un bel numero. Ma questo non si verificava per via che i sacchi sono pieni di merda. Sicuramente esiste una certa quantità di sacchi di merda che dà vita a un bel numero. Io non la conosco ma non esiste motivo per il quale non sia possibile. Potrebbe essere un numero di quelli che vanno avanti per pagine. Tipo 473829384756378466413232313167389217395008376542784884665373992847
649283642936528956455344323123683492384608234689236509465289342390
462364293574857985602362395728365029562956293756239562946387458736
984570475923865309648376493656574047490853046384306509459345029563
8074623956285740’5729652364835436296598547526590326429305649545639
236932642935205723573057’305239523’5762356235703747534759686252432
431213211212132132132151515415415415415415415454376484647478895968
632270891281828284834732052854574673607… e via così per 22 pagine e poi sacchi di merda. Cioè un gran numero di sacchi di merda. Più di quelli che puoi incontrare a una cena di gala di quelle che fuori c’è una sfilata di auto che la più piccola è un monolocale con bagno.
Poi passai a occuparmi della teoria della penetrabilità della sabbia. Quando capisci questo sei molto, molto avanti.
Molto molto molto. Molto molto molto molto.
Poi, un bel mattino andammo a fare una passeggiata.
Io e Deborah. Mano nella mano. Cuore a cuore. Sole e amore.
Attraverso uno stretto sentiero oltrepassammo una selva di rovi e ginestre e ci trovammo sopra un poggio dal quale si dominava una valle non molto ampia, limitata da una catena di colline basse. Si vedevano solo boschi, pascoli e oliveti. C’era movimento. Esseri umani. Ci facemmo più avanti per vedere meglio. Un ragazzo sbucò dalla macchia. Aveva un fucile in mano e portava una divisa intensamente verde, senza mostrine, e un elmetto.
“La strada è bloccata!” Disse.
“Bloccata da che cosa?” Chiesi io.
“C’è una battaglia. Sta per iniziare.”
Poi ci guardò.
Aveva i capelli biondi, lunghi, sotto l’elmetto, che scendevano fino alle spalle. Disse: “Aspettate un attimo.”
Schiacciò un pulsante che pendeva dal taschino sinistro e disse: “Qui punto 26, ci sono due civili…”
Dopo qualche secondo mi guardò: “Come ti chiami?”
“Giovanni Lanzacurte.”
Ripeté il mio nome. Passò un altro minuto durante il quale io e Deborah ci tenemmo per mano in silenzio.
“Va bene, dicono di passare, vi porto al comando.”
Si girò addentrandosi nella macchia. Lo seguimmo.
Percorremmo mezzo chilometro, poi arrivammo a una radura che era stata circondata da un muretto di sacchi riempiti di terra.
“Eccolo, capitano!” Disse il soldato che ci aveva accompagnati rivolgendosi a un uomo con la barba incolta e una carabina di grosso calibro in mano.
“E’ arrivato dunque!” Disse stringendomi la mano. “Sono Roberto Randazzi, comando io questo battaglione.”
Deborah lo guardava con aria stupita. Poi guardò me. Anch’io ero perplesso: “Come fa a conoscere il mio nome?”
“Ho avuto un messaggio dal comando dell’Armata Rossa. Mi hanno detto che probabilmente sarebbe arrivato.”
“L’Armata Rossa?” Non ci potevo credere. In Italia, nel 2012, mi ero imbattuto in un intero reparto di comunisti armati! Assurdo.
Il capitano concentrò lo sguardo su di me, sembrava trattenesse un’emozione: “Sì, siamo tutti comunisti. E questa è l’Armata Rossa. Un’Armata Rossa piccola, certo. Ma si ricordi che Mao Tze Tung fondò il Partito Comunista cinese con solo 8 compagni. Capisco che sia fuori moda ma ce ne freghiamo. Qui ci sono 513 comunisti armati. Alla vostra destra ci sono quelli della Congregazione a sinistra quelli dell’Alleanza. Si vedono poco perché si sono trincerati. Il nostro compito qui dovrebbe essere quello di impedire che si massacrino. E, a quel che mi dicono, lei potrebbe fermare un’inutile carneficina. Abbiamo montato un impianto di amplificazione abbastanza potente e lei potrebbe provare a dissuaderli”.
“Io?”
“Sì, sembra che lei sia una persona importante, forse le daranno retta.”
E dicendo così tirò fuori dalla tasca della giacca militare, un radiomicrofono, lo avvicinò alla bocca e produsse uno schiocco con la lingua che si diffuse per tutta la valle con un volume notevole. Sull’amplificazione non avevano fatto economie. I comunisti sono così. Su certe cose non li batte nessuno.
Poi il capitano Randazzi mi mise in mano il microfono.
Cercai con gli occhi lungo il fianco della collina e iniziai a distinguere le due linee degli schieramenti contrapposti. Un mucchio di pietre, una linea di terra appena scavata e ammonticchiata, un tronco d’albero, costituivano segmenti coerenti e artificiali che tracciavano la disposizione dei tre schieramenti. In mezzo, nella parte della valle più prossima a noi si vedevano le divise color verde acceso dei comunisti, raggruppati anch’essi dietro a sbarramenti di pietre, tronchi e sacchi di terra.
Non sapevo proprio cosa dire.
Quasi per prendere tempo dissi: “Sono Giovanni Lanzacurte, perché volete massacrarvi?”
Dopo che le mie parole si furono diffuse nella valle vidi spuntare da più parti uomini e donne che si sporgevano dai loro trinceramenti. Fui preso da una forte emozione e sentii quasi girarmi la testa. Guardai Deborah che mi stava osservando e forse mi voleva incoraggiare con il suo sguardo.
E dissi: “Morire non è una buona opzione.” Altre teste spuntarono dai ripari improvvisati.
“Generalmente vivere è meglio.”
E a questo punto successe qualche cosa nella mia mente, come se un’intelligenza a me sconosciuta avesse preso possesso della mia bocca.
A mia insaputa. Le parole mi uscivano fluide dalla bocca e io per primo mi stupivo per l’audacia di quel che dicevo: “Veramente credete che semplicemente osservando il fluire dei numeri si possa svelare il segreto dipanarsi degli eventi? Veramente credete che un essere umano possa diventare il fulcro di questi eventi e che il corso della storia possa cambiare a seconda che quest’uomo viva o muoia o a causa dei gesti che compirà? Non ha senso! L’Universo è mistero! Perché volete morire? In questa valle ci sono 2743 esseri umani che potrebbero fra pochi minuti trasformarsi in cadaveri a causa di un’ideologia assurda. L’universo è mistero! Nessuno può conoscere il destino. Nessun essere umano è indispensabile per determinare la storia, tutti sono necessari… Uno solo spermatozoo feconda l’uovo ma perché ci riesca 200 milioni di spermatozoi devono nuotare con lui!” Mentre parlavo io stesso mi chiedevo checcazzo stessi dicendo. E perché mi era venuto in mente di dire che erano proprio 2743? Da dove l’avevo imparato?
A quel punto dalla macchia spuntò quella signora anziana che mi aveva detto quella frase quando stavo per strada, all’inizio di questa storia… Quella signora che mi aveva chiamato Michele e che aveva insistito a dire che mi chiamavo Michele anche quando le avevo detto che mi chiamavo Giovanni… E che mi aveva detto che non dovevo scegliere tra le tre Sorelle Tempesta… Quella signora che sembrava un po’ strana e che un ragazzo aveva portato via trattandola un po’ da demente…
Uscì dalla macchia, si avvicinò a me, con un bel vestito a fiori e disse: “Te l’avevo detto che non dovevi scegliere tra le tre donne. Era a questa che eri destinato.” E indicò Deborah con un grande sorriso compiaciuto e materno.
Io mi chiesi: “E questo cosa c'entra?”
Avevo una forte sensazione di incoerenza come se la realtà continuasse a saltare da un contesto a un altro.
Poi, con la coda dell’occhio vidi una cosa che non poteva esserci: un enorme panda di peluche che mi guardò sconsolato ed esclamò: “Certo che sono proprio stronzi!”
Allora ebbi la certezza che la realtà aveva perso ogni coerenza.
Aprii gli occhi mettendomi a sedere di scatto. Non riuscii a distinguere subito quello che mi circondava. Le immagini arrivavano al mio cervello che però non era in grado di interpretarle. Poi lentamente le immagini acquistarono un senso. Ero in una stanza che poteva essere quella di un ospedale. Intorno a me c’erano alcune persone. Donne.
Una voce disse: “Si è svegliato, accendi il registratore.”
Le guardai. Poi le riconobbi. Erano Deborah, Miriam, Noemi e Ester. Le tre Sorelle Tempesta che nel frattempo erano diventate quattro.
Deborah mi prese la mano e mi disse: “Ce l’hai fatta? Qual è il numero che hai visto? Dillo subito prima di dimenticarlo!”
Mi ricordai il numero. Era 2743. Non me lo sarei scordato.
Debora insisteva: “Il numero, Giovanni, il numero! Te lo ricordi?”
La guardai. Facevo un po’ fatica a mettere a fuoco la vista.
Quando ebbi l’immagine nitida del suo viso lo osservai. Poi dissi: “Col cazzo che vi dico il numero!”
Poi svenni.
Quando lentamente ricominciai a ricevere segnali dal mondo esterno sentii una voce di donna che mi parlava dolcemente: “Giovanni, è stato tutto un sogno. L’irruzione a casa tua, il cadavere, la sparatoria, la distruzione della Fortezza, la fuga, il tempo passato nella casa sulle colline. Giovanni, sforzati di ricordare: sei tu che hai programmato il sogno. Volevi riuscire a ricordarti un numero seppellito nella tua memoria. E' molto importante: è il numero per decodificare il programma, hai impiegato anni per arrivare a questo, se non te lo ricordi dovrai fare un altro sogno artificiale… Me lo hai detto tu di chiederti subito il numero, appena ti svegliavi… Volevi usare le emozioni del sogno per far affiorare il ricordo. Ti ricordi chi sei Giovanni? Tu sei un ricercatore, fai esperimenti sulla mente profonda. Per questo hai deciso di costruire un sogno artificiale. Vuoi riuscire a ricordarti il numero!”
Il numero me lo ricordavo. 2743. Non lo avrei dimenticato. 2743. Ma non lo avrei detto a quella donna in nessun caso. Avevo capito benissimo che volevano imbrogliarmi. Non avevo progettato io quel sogno. Non avrei mai inventato una storia così idiota. E mi ricordavo benissimo chi ero e non ero nessun cazzo di ricercatore scientifico sulla mente profonda. Me lo ricordavo perfettamente chi ero: ero un WEB MASTER. Un Maestro del Web. E il Web era un’arte marziale digitale che io praticavo fin dalla prima infanzia. Ero un Web Master cintura fucsia. La più alta in grado. Le cinture dei Web Master al di sopra dei dieci livelli di cintura nera, sono sette: grigio topo, grigio totano, giallo fluorescente, blu cobalto, verde Veronese, rosso Tiziano, celeste. Poi c’è la cintura fucsia che è oltre e nel mondo ce l’abbiamo solo in 22.
Mi ricordavo tutto perfettamente. Stavolta non mi avrebbero fregato. Ero stufo di giocare al loro gioco.
Non so quante volte lei mi ripeté le stesse frasi. Poi a un certo punto mi resi conto che ero perfettamente sveglio. La guardai: “Mi dispiace Deborah… Non mi ricordo nessun numero”.
“Giovanni, non fare il bambino. Si vede che stai mentendo. Te lo ricordi benissimo il numero. Ma se non me lo dici poi te lo dimentichi. E’ la terza volta che ci provi e quando ti svegli pensi che io sia una tua nemica. E’ un residuo del sogno. E magari non ti ricordi neanche di essere uno scienziato. E che sei mio marito te lo ricordi?
E tutte le volte che abbiamo fatto l’amore te le ricordi?”
Usava la voce come un’arma da guerra. Un’arma con proiettili dolcissimi che avrebbero sciolto persino le mura ghiacciate di Avalon.
“E Timbuktù, la città assediata? Cosa mi dici della città assediata? Un sogno anche quello? Ma un sogno nel sogno non è un sogno. Allora? Rispondi?”
Lei mi fece uno di quei sorrisi che non si comprano per corrispondenza. Poi mormorò, con una voce soave: “Tesoro, non fare il bambino, su, capisco che sei drogato come una cocuzza ma potresti sforzarti un po’… Proprio non me lo vuoi dire il numero?”
“Hai una voce bellissima, Deborah. E ho anche sognato che i tuoi seni erano incantevoli. E forse sono anche un bambino se mi parli così morbidamente. Ma neppure per tutto il rosolio del mondo sono disposto a vendere la mia anima. Forse non ti ho mai detto che io sono comunque comunista. Non me ne frega un cazzo se è crollato il muro di Berlino. Quelli non erano comunisti. Facevano finta e ci rubavano le bandiere.
Noi non arretreremo di un passo di fronte ai carri armati di Hitler. Figurati se mi compri con un sorriso. Fedifraga!”
Lei mi sorrise: “Soldatino, sei fatto come una pera cotta, la prossima volta ti dimezziamo la dose…” Sorrise di nuovo e mi passò le dita tra i capelli ravviandomi una ciocca che mi pendeva sulla fronte: “E per inciso tu non sei neanche comunista…”
“Come no!?” Scattai io. “Chiedimi una qualunque pagina del Manifesto del Partito Comunista di Marx e Engels! Avanti! E visto che lei non mi faceva la domanda iniziai a recitarlo: Uno spettro ossessiona l’Europa, lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono unite in una Santa Alleanza per braccare questo spettro: il Papa lo Zar, Metternich e Guizot, i radicali di Francia e i poliziotti di Germania.
Quale forza di opposizione non è stata accusata di comunismo dai suoi avversari al potere? Quale è la forza di opposizione che, a sua volta, non ha rinfacciato ai suoi avversari di destra o di sinistra l’epiteto infamante di comunisti?
Da questi fatti si ricavano due conclusioni.
1) Ormai il comunismo è considerato da tutte le potenze d’Europa come una potenza.
2) E' ora che i comunisti proclamino al mondo intero il loro modo di vedere, i loro scopi e tendenze; è ora che oppongano alla favola dello spettro del comunismo un manifesto del partito.”
Lei mise i polpastrelli dell’indice e del medio della sua deliziosa mano sinistra sulle mie labbra impedendomi così di continuare: “Hai intenzione di recitarmelo tutto?”
“Se non ero comunista come mai lo so tutto a memoria?”
“Tuo padre era comunista e ti ha costretto a impararlo a memoria, una pagina a settimana da quando avevi 4 anni. Per questo odi tuo padre e tutti i comunisti. Te lo ricordi questo?”
“Deborah, non so quale potenza criptocapitalista ha comprato la tua anima ma ricordati: le montagne possono sciogliersi e gli oceani evaporare ma un comunista è un comunista. E' un fattore genetico. I pipistrelli hanno le ali, i comunisti hanno fede nella storia. Il capitalismo sta generando dentro di sé, a causa delle sue stesse leggi economiche e sociali, un’umanità di nuovo tipo che si darà una più evoluta forma sociale. E questo sarà il socialismo. Ulteriori evoluzioni porteranno poi al comunismo. Questo è un fatto certo come il il sorgere del sole. Il comunismo non è un’ideologia è la scienza della storia. E sarebbe andato tutto benissimo se non si fosse messo di mezzo quel cretino di Lenin!”
E dopo aver detto questo svenni di nuovo.
Un’ora più tardi avevo riempito con le mie quattro cose una sacca, avevo pagato il conto per la mia permanenza e stavo uscendo dalla porta.
Incrociai Deborah. Mi guardò con l’aria affranta. Mi venne fuori un leggerissimo sorriso. Non so perché. E mi uscì fuori dalla bocca un: “Peccato… Mi piacevi veramente.”
“Giovanni…” Mi disse lei e sembrava che si mettesse a piangere.
“Ho da fare una cosa con la mia vita”
Tornai a Bologna: andai a trovare una ragazza che conoscevo. Barbara Cannata, una ragazza che aveva una bellissima testa sopra sue spalle stupende.
Parlammo un po’… Dopo un’ora ero seduto con la bocca aperta. Un donna con due seni enormi li teneva appoggiati sulla mia spalla mentre lavorava con un trapano. I dentisti con seni grandi sono i migliori, fungono benissimo da anestetico-rilassante muscolare. “Eccolo!” Disse la dentista estremamente soddisfatta. “Avevi ragione: guarda!”
Con una pinzetta teneva artigliato una piccolissimo cilindro metallico. Quei figli di buona donna avevano finto di togliere un segnalatore da un mio simpaticissimo dente… E invece mi avevano infilato un segnalatore nel simpaticissimo dente.
L’avevo capito perché solo così Deborah avrebbe potuto sapere dove fossi. Mi ero dannato abbastanza ad accertarmi di non essere seguito per sapere che NESSUNO mi aveva seguito.
Quindi scartate le possibilità possibili restano solo le possibilità impossibili. Come dice Sherlock Holmes.
A volte sono molto intelligente. Mi succede così, a mia insaputa.
Uscimmo dal retro del palazzo della dentista. Entrammo e uscimmo da due grandi magazzini. Prendemmo un taxi al volo, andammo all’università. Entrammo da un’ingresso principale e uscimmo da un’uscita secondaria.
Prendemmo un secondo taxi e a quel punto ero ragionevolmente sicuro che nessuno ci stesse seguendo.
Poi andammo dal fratello di Barbara. Di mestiere aggiusta auto. Mi diede una Lupo di un suo amico che era in viaggio negli Usa. Cioè un’auto che nessuno avrebbe potuto individuare.
Ritornai alla Faggiasca che era notte. Avevo fatto una scommessa. Mi misi di fronte alla porta di una delle camere. Bussai. Passarono 4 secondi prima che la voce di Deborah chiedesse: “Chi è?”
“Sono io”
Lei aprì, l’unica luce era quella del corridoio. Quella donna era bellissima. La sentivo dentro il cuore come una lama.
“Le cose stanno così: potresti mollare tutte queste storie e venire via con me. Ho un’auto pulita e non c’è più niente di strano nei miei denti.”
Mi aspettavo che fosse stupita da quelle parole.
Invece disse solo: “Va bene.” Accese la luce e dopo 60 secondi aveva la sua borsa in mano.
Lasciai 200 euro sul bancone del ricevimento con un biglietto.
Salimmo in macchina e mi venne in mente la battuta di un film: “Saliamo in macchina e andiamo dritto fino a quando si staccano le ruote.” Mi sentivo estremamente determinato.
Guidai in silenzio per 300 chilometri.
Ci fermammo in un motel, prendemmo una camera. Salimmo al terzo piano. Infilai la tessera magnetica nella fessura. La porta si aprì. Entrammo. La spinsi delicatamente contro la parete. Iniziai a baciarla. Con un ritmo che avrebbe potuto andare avanti per mille anni.
Non avevo pensato a infilare la tessera magnetica dentro la fessura che mantiene accese le luci. Così dopo un po’ le luci si spensero. Io continuai a toglierle i vestiti di dosso.
Lentamente. Avevo tempo. Non era una storia di una notte e via. Avevo intenzione di fare sesso con lei almeno mille volte.
Lei era diventata il mio pensiero fisso.
Il posto della mente nel quale mi rifugiavo sfuggendo a qualunque altro pensiero.
Riuscivo a dimenticare i complotti e chi mi voleva male, per ragioni peraltro a me sconosciute.
Un posto comodo dentro la mia testa. Avere una donna da amare, da corteggiare, credere per un momento che tutti i problemi possano finire sulle sue labbra.
Nel pomeriggio del terzo giorno l’avevo trovata nella piscina. Dentro la piscina. Una piscina di quelle senza piastrelle, col fondo dipinto con foglie e pesci provenienti da un altro pianeta, e un sistema di lagunaggio per depurare l’acqua… Un piccolissimo torrente scendeva a spirale da una minuscola collina artificiale. Poco più di un metro di altezza, 10 metri di diametro. L’acqua veniva pompata attraverso un tubo interrato sulla cima della collinetta e scorreva giù in mezzo a ghiaia e radici, rotolando sui sassi e finiva di nuovo in piscina, pulita.
Miracoli dell’ossigeno, del movimento, dei batteri e delle piante.
In una stanza ben illuminata un uomo in camicia e maglione blu sta parlando, in piedi con una coscia che appoggia sul bordo del tavolo. Ha una sessantina d’anni, è brizzolato, i capelli nell’insieme risultano grigi.
Ci sono altre persone nella stanza. Sedute intorno al grande tavolo di legno grezzo e consumato, con gli spigoli arrotondati dall’usura, in parte sbeccati o demoliti dai gesti quotidiani. Un tavolo da lavoro. Seduti intorno al tavolo sono tutti uomini.
Altri, due per l’esattezza, sono in piedi.
Un uomo con spessi baffi neri sta versando del vino da una brocca in un bicchiere che tiene nella destra. Un tipo minuto, vestito color sabbia, sta leggermente in disparte, indeciso se guardare gli altri o fuori dalla finestra. Sembra che stia aspettando di veder arrivare qualcuno.
“Parlate come se fossimo la Polizia Alchemica!” Sbottò Scheletor, con i gomiti appoggiati sul tavolo, dal tono della voce sembrava muovere un’accusa.
Armin, in piedi di fronte a lui, lo guardò di traverso: “Non è un reato.” Poi aggiunse:
“In fondo siamo la Polizia Alchemica, se ne esiste una.”
Scheletor rincarò: “Ma cosa vuol dire se ne esiste una? Hai dei dubbi sul fatto che non esista nessuna Polizia Alchemica?”
Armin, l’uomo coi capelli grigi che stava in piedi, appoggiato al bordo del tavolo, dissentì: “Perché dici che non esiste? Noi cosa siamo allora?”
“Siamo la Polizia Alchemica?”
“Se vogliamo!” Concluse Satanus.
Ci fu silenzio.
Scheletor scosse la testa e mormorò: “Siete scemi dentro.” Ma lo disse rassegnato, quasi con affetto.
Il giorno dopo stavo rilassando i miei neuroni camminando lungo un sentiero poco distante dalla locanda, misi un piede in fallo e scivolai sull’erba bagnata crollando rovinosamente al suolo, dandomi un colpo di reni, per evitare l’impatto della testa sul terreno. Ma il colpo di reni pur salvandomi il cranio mi causò uno strappo al collo.
Mentre stavo accasciato per terra a fare i conti con il mio dolore fisico e un certo disprezzo per il mio essere corporeo, un viso femminile estremamente chiaro apparve nel mio campo visivo. Dietro di lei c’era solo il cielo.
Tecnicamente potrei dire che riluceva, se non temessi di esser preso per mistico.
In un primo momento infatti credetti si trattasse di un’allucinazione dovuta alla gran botta in testa che avevo preso (nonostante il colpo di reni e il guizzo del collo. Alcuni quando prendono un colpo in testa vedono le stelle del cielo, altri le stelle del cinema).
Poi una voce celestiale chiese: “Va tutto bene?”
E io ebbi la netta sensazione di essere morto, ormai intento a dialogare con un angelo angelico.
Molto angelico.
“Ce la fai a muoverti?”
Sentii la sua mano toccarmi la spalla mentre si chinava ancor più su di me occupando col suo viso tutto lo spazio visivo. Ed ebbi una netta, violenta, sensazione di essere ancora vivo e pure particolarmente interessato a continuare a vivere.
Lei mi aiutò ad alzarmi, evento durante il quale dimostrai di essere più stoico di Muzio Scevola, quello svaporato di Muzio Scevola, che si bruciò la mano che aveva fallito l’assassinio di un nemico di Roma. Se la bruciò sopra un braciere pronunciando la frase: “Questa mano ha fallito questa mano io punisco!” (Hist manus fallavit! Hist manus ego punintibur!)
Praticamente un cretino.
E questo per dire quanto soffrii.
Comunque, a parte la mancanza di una connessione fluida tra le parti del corpo (mi sentivo quasi decapitato, come dopo un colpo di mannaia che il boia ha sbagliato), ero estremamente vivo e attratto dalla creatura che mi stava sorreggendo e mentre lo faceva emanava un profumo che avrebbe fermato un treno in corsa.
Evitai di dirle: “La lasciano andare in giro con quegli occhi senza porto d’armi?” e evitai anche un “Ho avuto la sensazione che la Grande Dea mi stesse parlando ma ora che ti vedo meglio mi accorgo che tu sei più carina!”. Ma feci uno sforzo per tacere.
Scelsi la linea guardarla in silenzio. E sperai che nel caso stessi sbavando lei potesse illudersi che fosse a causa della botta. Non so se hai mai pensato come dev’essere difficile vivere per le donne troppo belle, e che strana idea l’esperienza suggerisce loro. Dev’essere curioso abitare un mondo dove i maschi per lo più balbettano. E quando entri in un bar senti la temperatura che si alza di due gradi.
Insomma non so come dirlo meglio: lei mi face una certa impressione.
Pensai: se si chiama Deborah mi suicido.
Lei mi disse: “Io sono Deborah.”
Io mi rivolsi al mio Dio e gli dissi: stai esagerando!
Deborah è un nome che mi alza la pressione. Mi ha sempre fatto questo effetto.
Forse per via della canzone di Mina: lunghe ali di fuoco han coperto la luna sopra di me!
Riuscii a sapere che era lì da tre giorni, alla Faggiasca, insegnava storia dell’arte in un liceo, era in convalescenza per una brutta polmonite ed era arrivata da Bergamo fin lì per prendersi un po’ di aria pura. Aveva 26 anni ed era del segno della Vergine ascendente Gemelli. Anno del Coguaro.
Il mio cervello registrò anche una serie di altre informazioni su di lei che non sto a elencare perché le mie gentili lettrici non mi capirebbero.
Poi scomparve dicendo qualche cosa di astruso come: “Ho dimenticato un batuffolo in camera.”
Incomprensibile ma estremamente morbido.
I telegiornali ebbero un bel da fare a raccontare cosa era successo.
Nella battaglia alla fortezza erano restati a terra 98 cadaveri.
La polizia brancolava nel buio: terrorismo, sette sataniche, trafficanti di droga. I resti di una grande quantità di computer diedero da fare ai tecnici della squadra informatica che in effetti capirono ben poco delle stringhe di numeri archiviati. Conclusero che si trattava di una sorta di alchimia magica… Quindi una setta esoterica…
Quella notte scoprii anche il nome di quelli che avevano attaccato la Fortezza: la Congregazione.
Me lo disse l’uomo con gli occhiali arancione, che mi spiegò che loro, i buoni, avevano scelto come nome l’Alleanza.
Camminammo a lungo per le campagne e lui aveva voglia di parlare.
In testa mi si precisava un quadro sempre più chiaro. La Congregazione e l’Alleanza si combattevano da parecchi anni. Entrambi volevano utilizzare l’analisi della frequenza dei numeri per prevedere le oscillazioni azionarie e accumulare montagne di soldi.
Ma la Congregazione desiderava soltanto usare questo denaro per dominare il mondo. Invece l’Alleanza usava il denaro sottratto dal mercato azionario per compiere opere meritorie e tra queste, fondamentale, sventare i piani di dominio della Congregazione.
Mentre camminavo a fianco dell’uomo con gli occhiali arancione mi chiesi cosa c'entrassi io in quella guerra e perché mai c’ero finito in mezzo.
Avevo rischiato di morire o di uccidere. Per fortuna entrambi i destini mi erano stati risparmiati grazie a un colpo benefico del caso.
Avevo sognato di fare a botte tutta la notte. Prevalentemente con lucertole-locuste bipedi che avevano un alito straziante.
Avevo sognato che le facevo a pezzi a mani nude.
E mentre spezzavo ossa e chele e spargevo intestini e sangue verde su prati rachitici mi complimentavo con me stesso. Una roba tipo: “Wow! Non credevo di essere così forte!”
Non serve uno psicanalista per capire che il mio inconscio era stato influenzato dagli eventi degli ultimi due giorni.
Stavo ancora con gli occhi chiusi ma già avevo percepito una presenza nella stanza. Mi fissava insistentemente. Avrei preferito non aprire gli occhi in nessun caso. Ma ben presto mi resi conto che la presenza non avrebbe smesso di fissarmi. Quindi mi rassegnai e guardai.
Miriam era di fronte a me.
Mi osservava con l’espressione che si usa guardando una grossa cacca. Mentre ci si chiede quale bestia può averla fatta così grossa.
“Ciao!” Dissi.
“Che ci fai qui?”
“Passavo...”
“Anche questa volta ti sei scopato mia sorella a tua insaputa?”
“No questa volta no.”
Odio gli scontri interpersonali. Non servono a niente. Ma in questo caso mi faceva piacere vedere che era incazzata. Mi sentivo gratificato.
“Beh, riprenditi. Hai una mattinata intensa. I nostri salvatori vogliono verificare che tu non contenga virus potenzialmente letali per la comunità. Ti aspettano in infermeria.”
“Come la trovo?”
“Segui i cartelli.”
Non disse altro e se andò.
Io sorrisi.
ULTIMI COMMENTI
4 giorni 23 ore fa
1 settimana 2 giorni fa
1 settimana 4 giorni fa
1 settimana 4 giorni fa
3 settimane 1 giorno fa
3 settimane 3 giorni fa
3 settimane 3 giorni fa
3 settimane 5 giorni fa
4 settimane 20 ore fa
4 settimane 2 giorni fa