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I Romanzi e le storie di Jacopo Fo

I Grunz attaccano

"Per tutti i cannabinoli! La situazione e' proprio una merda!” Disse Joe D’Avanzo grattandosi la barba ispida.
Beh, che fossimo nella merda era un eufemismo.
Neanche "super extra merda" rendeva l’idea.
Per farsi un’idea di quanto fossero messi male bisogna calcolare che di tutta la razza umana eravamo restati in poche migliaia.
E noi in particolare ci trovavamo circondati da circa 400 blindati Grunz.
E bisogna tener conto che un blindato Grunz e' qualche cosa di simile a un condominio di 20 piani tutto in ceramica blindata, che si muove con dei cingoli, ruote e 8 braccia a cannocchiale con 4 snodi ciascuna. E ogni snodo e' grande come il mio appartamento.
Puoi sparargli contro con tutto quello che trovi nell’arsenale dell’esercito degli Stati Uniti d’America senza ottenere un cazzo di risultato.
Nemmeno una scalfittura.
Invece quando aprono il fuoco loro, con un paio dei 6000 cannoni che spuntano dalle feritoie, ti inceneriscono una cittadina di medie dimensioni in meno del tempo che un camionista impiega per scoreggiare.
Per la precisione bisogna poi aggiungere che noi eravamo in 17, 12 adulti e 5 bambini, avevamo tre asce, un fucile da caccia, due pistole, una decina di bottiglie molotov e un certo numero di coltelli da cucina.
Un funzionario dei Grunz (sono pieni di funzionari) ci aveva urlato, con un altoparlante che ti faceva tremare i polmoni da tanto era potente, che se ci arrendevamo subito avremmo avuta salva la vita.
Stronzate. Che lo andasse a dire ai 5 miliardi di esseri umani che si erano arresi sperando che il nemico rispettasse la convenzione di Ginevra o cose simili.
A quel che si diceva i Grunz usavano l'energia emessa dalle creature morenti per ricaricare le batterie cinetiche dei loro cazzi di sistemi di trasporto.

stanotte ho ballato con 100 amici e avevamo le facce felici

(una canzone in cerca di musica da cantare con un ritmo tosto, una roba che sfgonda i muri come quel rock dei blues brothers, ma con dei pezzi di blues cantato dentro ma anche un po' rap tipo cavaturaccioli)

Alza le mani nella danza
Muovi i piedi
Il ritmo incalza
Agita le braccia verso il cielo
Avanti e indietro
Prima una poi l’altra
Poi tutte e due assieme

Questa è una danza morale
C’è differenza tra il bene e il male
Se fai la trottola
Sei in regola
Coi buoni sentimenti
E possiamo ballare contenti
Gira e rigira
Non ti fermare
Lo sai proprio fare
La vibrazione è forte e chiara
Tua madre era una Dea aftgana

Minaccia con il dito gli avidi e i potenti
Minaccia con il dito i deficienti

Gira i polsi falli roteare
Scaccia la paura di danzare
Avanza con i fianchi
Un colpo secco
Come se spezzassi un ramo di netto
Come se piantassi un chiodo nel muro
Con il cervello sgombro è l’anima chiara
Avanza di fronte
Avanza di lato
Il malumore l’hai fregato
Un colpo di culo
Ti serve bello forte
Se vuoi fare paura alla morte
Batti il tallone
Batti la punta
La danzatrice non è mai stanca
Batti le mani
Battile forte
Ti sentono anche da lontano
Oltre le porte
Delle storie distorte

E’ una rivolta
È un colpo di mano
Gira e rigira
Rigira un’altra volta
Questa danza è il momento che aspettavi
Questa danza attraversa i mari
Rotea il bacino
Senti la tua anima che diventa un budino
Agita le natiche
Velocemente
La mente non mente
Quando ascolti l’odere
Del battito sfrenato del tuo cuore

Salta, salta
Ribalta il panorama
Fai la faccia della rana

Falla tremare
Questa terra che non sa cosa fare

Lasciati
andare
al tremore
Ancestrale
Questa
è
un’esperienza
Animale

Corri da fermo
Stai immobile urlando
Insulti volgari
Alle luci dei fari
Glielo dovevi proprio
Dire
È inutile ragionare
Con chi vorrebbe
venderti il mare

Arrampicati sui muri
Senza pensieri

STRALCIO DALLA BIOGRAFIA DI FRANCA RAME

Nel cielo, alta, sta una luna esagerata.
e' settembre.
Da fuori viene un’aria ancora tiepida.
Numerose stelle producono un chiarore opaco.
Il  giorno e' lontano.
Mia madre sta morendo.
Sto seduta su una poltrona, la testa appoggiata ad un cuscino, ma non riesco a dormire. Gli occhi mi bruciano, ma non ho sonno. Sono rientrata da poco. Stasera al teatro Odeon ho recitato “Tutta casa, letto e chiesa”, senza seguire quello che andavo dicendo: come si dice, recitavo con il secondo cervello. L’altra parte era in questa camera.
Mi appoggio meglio alla poltrona.
Ho posato in grembo il latte detergente per lo strucco. Me lo passo sul viso con i cleenex, con sospiri lunghi. Di quelli che ti sconquassano l’anima.
Sto vivendo questo momento come non capitasse a me.
La guardo. Lei e' li' che sta faticando a morire.
Un rantolo costante da giorni ci segue in ogni stanza.
La sua mano, che tengo piu' che posso nella mia, e' tiepida… se non fosse per quel respiro strozzato che le esce e le labbra spaccate per l’arsura, potrebbe sembrare una bellissima anziana signora addormentata.
“Si', mamma, ora te le inumidisco” … mi viene normale parlarle come mi sentisse. Da una tazza prendo la garza intinta nell’acqua, delicatamente gliela passo sulle labbra. Sulle gengive. Qualche goccia sulla lingua. Mi sembra che ne succhi un po’. Chissa'.
“Sono qui, mamma. Sono qui, dammi la mano”.
La casa dorme. Anche l’infermiera della notte riposa.

In questi solitari silenziosi momenti, il pensiero fa salti qua e la' nella nostra vita. Penso sia una cosa normale: come tirare le somme, mettere  in fila i ricordi. Il passato ti viene davanti a saltelloni, il bello e il brutto, sorridi e ti rattristi in un attimo… tutto corre veloce.

7 DICEMBRE 1976. La vera storia dell’assalto alla Scala di Milano.

Ti racconto questa storia perché fu uno dei momenti cruciali dello scontro tra la corrente violenta e quella pacifica all’interno del movimento.
La lotta armata negli anni successivi diede vari colpi di coda. Come il rapimento Moro.
Ma si trattava di azioni disperate degli ultimi irriducibili. Ci fu un momento tra il 1974 e il 1976
che in italia erano decine di migliaia quelli esasperati dalla violenza fascista e poliziesca che erano pronti a passare alle vie di fatto.
Io e Sergio eravamo tra coloro che già avevano abbandonato l’ala ultramilitarista intorno all’inzio del 1975. Nel 1976 militavamo nei movimenti giovanili e avevamo occupato una casa vuota trasfrormandola in una via di mezzo tra una comune hippy e un centro culturale studentesco.
Erano decine le case occupate e trasformate in Centri Giovanili. Una galassia che ondeggiava tra la controcultura e l’incazzatura frontale, ancora affascinata dal mito del ribelle senza paura che si batte per distruggere lo stato borghese, armi alla mano. Racconto questa storia perché sento che in questo momento di crisi ci sono compagni che stanno prendendo in seria considerazione l’opzione violenta. Io non credo che si possa ottenere qualche cosa su quella via. Oltre al sangue e al dolore.

Correva l’anno 1976, ottobre, durante un convegno nazionale dei circoli giovanili un imbecille lanciò l’idea di ripetere l’impresa delle uova lanciate nel ’68 all’inaugurazione della stagione lirica alla Scala (quell’azione era stata capitanata da Capanna). La dirigenza dei collettivi resta affascinata dal fatto che questa idea fosse venuta a un compagno “di base” e questo, sostanzialmente, è l’unico motivo teorico, tattico e strategico, che porta i collettivi giovanili a decidere di assaltare la Scala.

Cari politici di sinistra: adesso che avete fatto incazzare Giuliano siete finiti.

Credo che viviamo in un momento storico come quando crollo' il Muro di Berlino.
Un crollo che questa volta non avviene sotto gli obiettivi delle cineprese ma non per questo avra' ripercussioni meno violente. Si volta pagina. Ieri sera sono stato a casa di Giuliano, un vecchio amico. Un uomo che ho conosciuto nell’impegno della lotta per un mondo migliore. Di mestiere artigiano, proviene da una famiglia di comunisti da sempre. Quelli che si sono fatti una coscienza di classe con le lotte contadine dei braccianti e i mulini popolari dove ci si organizzava per comprare da mangiare a prezzi “autogestiti” invece di farsi scannare nel negozio del latifondista di turno che prima ti pagava una miseria e poi ti vendeva quel che ti serviva a prezzi da strozzino.
Giuliano non ha mai voluto fare il segretario della sezione del paese. Non gli piacciono le cariche ufficiali. Ma e' sempre stato lui a prendere le iniziative, a fare da centro informazioni, a dirimere le risse, ad aiutare un compagno in difficolta'. Giuliano non e' uno che fa discorsi lunghi. Ma con tre parole e' in grado di risollevarti dalla merda. Lo so per esperienza. Una volta mi disse: “Quando torno a casa mi capita anche a me di essere scorato, ma poi mia figlia mi si siede sulle ginocchia e mi passa tutto. Tu c’hai tua figlia.” Ci pensai su e capii un sacco di cose sulla vita.
Giuliano ha costruito una casa del popolo lavorando con tutto il paese il sabato e la domenica. Quando c’e' stata la scissione del Pci e' andato con Rifondazione. Hanno comprato, tassandosi, un capannone, lo hanno restaurato e hanno aperto una seconda casa del popolo. Poi c’e' stata la scissione e lui e' uscito insieme ai Comunisti Italiani e s’e' trovato di nuovo buttato fuori dalla casa del popolo. L’avevano intestata un’altra volta al partito.

L'incredibile assedio di Alessandria e la battaglia di Legnano

Sto scrivendo un romanzo sulla battaglia di Alessandria.
Cerco qualcuno che viva ad Alba, Alessandria o zone limitrofe, oppure qualche drago da biblioteca che sappia il tedesco.
Sto cercando prove sulla corrispondenza ai fatti della tradizione orale a proposito dell'assedio di Alessandria e di come venne sconfitto l'imperatore e il suo esercito ridotto a pezzi.
(vedi sotto il racconto, e' sostanzialmente quello che da bambino mio padre senti' raccontare... Mia nonna era di Sartirana.)
Sotto il racconto trovi le domande alle quali cerchiamo risposta.

L'incredibile assedio di Alessandria

"Si prenderanno tutta la gloria loro vedrai" cosi' diceva nonno Adalberto da Alessandria al giovine nipote Fulgenzio una sera d'inverno del 1176
"Ma noi sappiamo che non e' andata cosi'. Racconteremo la vera storia della sconfitta del Barbarossa che di bocca in bocca si narrera' per secoli e secoli. Diranno che l'Imperatore e' stato sconfitto dalla cavalleria dei nobili a  Legnano. Racconteranno che l'esercito nemico era forte e valoroso, si incenseranno e daranno tutto il merito alla strategia militare dei ricchi. Ma se non ci fosse stato l'assedio di Alessandria due anni prima, se il  vero esercito di Barbarossa non fosse stato sconfitto e umiliato da una  banda di straccioni, col cavolo che avrebbero poi perso a Legnano! E  quale cavalleria, poi! Furono i fanti a distruggere l'Imperatore, anche li' straccioni armati dei propri arnesi da lavoro!"
Il nonno si infervorava sempre quando raccontava questa storia ma nel 1176 non esisteva ancora la pressione arteriosa e allora nessuno si  preoccupava se diventava tutto paonazzo.  Il giovane Fulgenzio per calmarlo gli mise una mano sul braccio e con  voce dolce disse: "Dai nonno, raccontamela ancora la storia dell'assedio  di Alessandria e di come lo avete fatto nero..." E Adalberto inizio': 

L'INCREDIBILE ASSEDIO DI ALESSANDRIA

Intorno all'anno 1000 inizia in tutta Europa un movimento di ribellione contro i signori feudali e le gerarchie ecclesiastiche. Il tentativo dei signori feudali di instaurare un controllo piu' rigido della societa' erodendo liberta' e diritti che si erano conquistati durante il caos dei secoli precedenti, provoca le rivolte dei contadini. Al loro fianco  scendono gli artigiani delle nascenti citta' che mal tollerano le esose tasse  imperiali. Sulla rivolta soffiano banchieri, ricchi commercianti e imprenditori manufatturieri. Ma i signori feudali non capiscono come stanno le cose e, convinti che la loro cavalleria pesante sia invincibile, decidono di non concedere autonomie, esenzioni fiscali, spazi di autodeterminazione.
Milano viene espugnata per ben tre volte dall'Imperatore Federico I detto il Barbarossa che alla fine rade al suolo tutta la citta' lasciando intatte solo 17 chiese, fonde l'oro che rivestiva le colonne di San Lorenzo e infine fa trasportare le pietre delle case demolite fino a Pavia dalla popolazione vestita solo di un saio, col capo cosparso di cenere e le spade legate al collo. Per essere sicuro di non dover tornare un'altra volta in Italia, oltre a scacciare la popolazione dalla citta', fa anche arare il perimetro urbano e  lo fa cospargere di sale per renderlo sterile. Poi, visto che e' un tipo pignolo ci lascia anche una guarnigione con l'incarico di uccidere chiunque fosse sorpreso su quelle terre.
Passa qualche anno, i profughi si  accampano ai confini della citta', mentre i milanesi piu' ricchi trovano ospitalita' altrove. E' un'orda di straccioni e piccoli artigiani quella che una notte dell'anno 1167 rioccupa il perimetro della citta' massacrando la guarnigione tedesca. Ricostruita alla meglio Milano, essi si pongono il problema di come  affrontare di nuovo il Barbarossa. Fortunatamente i generali di  professione erano fuggiti insieme ai banchieri, cosi' capi improvvisati  scelgono di combattere non facendo affidamento su mura ciclopiche e cavalleria pesante. 
Una follia! 
Essi iniziano la costruzione della piu' grande trappola che mai nella storia sia stata costruita. Conoscendo il percorso che il Barbarossa seguiva ogni volta, nelle sue incursioni, scelgono una zona paludosa alla confluenza del Tanaro e del Brenta. Qui costruiscono una citta' in grado di ospitare circa 5000 abitanti. Per riuscire nell'impresa fanno un bando che offre a chiunque sia disposto a  costruire e a difendere il borgo la cittadinanza cioe' la protezione dai signori feudali.
Al libero comune viene dato il nome di Alessandria in onore del Papa Alessandro III, grande nemico di Barbarossa. E' una citta' molto particolare. E' tutta fatta di legno, e soprattutto e' costruita per la maggior parte su barche. Anche le mura di cinta sono costituite da palizzate erette sopra barche. Una citta' galleggiante in mezzo a un acquitrino paludoso.
Che strana idea. Per controllare il flusso dell'acqua i milanesi hanno addirittura costruito, con l'aiuto dei frati, tre dighe, una alla confluenza dei due fiumi e due a  monte su ognuno dei corsi d'acqua. Cosi'... gli piaceva l'idraulica.
Nell'autunno del 1174 arriva il Barbarossa forte di 4000 cavalieri, 6000 fanti e con un seguito di 10.000 persone tra artigiani, operai, servi, commercianti e prostitute. Quando l'Imperatore vede quel patetico accrocco di pali chiede cosa sia. Si dice che gli sia stato risposto: "Alessandria, battezzata cosi' in tuo spregio!" e il Barbarossa disse allora: "Distruggetela!"
Cosi' inizio' l'attacco. Arcieri, frombolieri, fanti e genieri si misero a correre verso le mura. Fatte alcune decine di metri si trovarono ad affondare in un acquitrino  profondo circa un metro o poco piu', quindi proseguirono la carica. Incredibilmente dalla citta' non arrivarono segni di difesa. In effetti all'arrivo del Barbarossa si era visto un certo fuggi fuggi. Le truppe  appiedate erano quasi giunte alle mura di legno e praticamente la citta' era presa. Il Barbarossa, nella sua splendida armatura, diede allora ordine al primo scaglione della cavalleria (circa mille uomini) di attaccare, senza  aspettare che i guastatori arpionassero le mura e piazzassero le scale.
I cavalieri erano entrati tutti nell'acquitrino, ancora non c'era stata alcuna reazione da parte dei difensori: la citta' appariva deserta. Poi, improvvisamente, con catapulte e con ogni altro mezzo, vennero gettate sugli assalitori grosse pietre bianche che cadendo sugli attaccanti si rivelarono innocue perche' leggerissime.
Gli incursori restarono per un attimo interdetti. Cosa stava succedendo? Dopo alcuni istanti l'acqua  tutt'intorno, la' dove le pietre bianche erano cadute, inizio' a bollire. Le  pietre erano blocchi di calce viva, a contatto con l'acqua iniziarono a sciogliersi, producendo cosi' una soluzione acida. I cavalli impazzirono per il dolore provocato dalle ustioni, i fanti, urlando, cercavano di ritirarsi a riva ma i cavalieri che lottavano con i cavalli per tenerli a freno costituivano uno sbarramento formidabile.
Alla pioggia di blocchi di calce viva fece seguito una gragnuola di pietre che  aggravo' la situazione. I cavalieri disarcionati dai cavalli, accecati dagli  spruzzi di calce, ustionati all'interno delle pesantissime armature, agonizzavano ormai, mentre il resto dell'esercito del Barbarossa assisteva inorridito senza avere la possibilita' di portare aiuto ai compagni  intrappolati.
A questo punto le porte della citta' si aprirono e ne uscirono barche cariche di uomini mentre altri lancieri sciavano sulla superficie montando su tappelle (specie di canoe-sci che i muratori usavano per lavorare sugli stagni di calce). Questi si dedicarono a finire cavalieri e fanti, spogliandoli di armi, armature e insegne imperiali. Tutto il bottino fu poi esposto sulla palizzata della citta'. Cinquemila tra  uomini e donne si fecero sulle mura e orinarono sulle insegne imperiali in  segno di scherno lanciando insulti in tedesco appositamente imparati per l'occasione.
L'obiettivo era quello di fare incazzare il Barbarossa. Infatti lui si incazzo' moltissimo che mai era stato umiliato cosi' (tantomeno da  un'orda di zotici). Cosi' pose l'assedio alla citta'. All'inizio cerco' di prendere d'assalto il borgo usando imbarcazioni  munite di protezioni, scale e arieti. Ma le mura della citta' (montate su barconi) al sopraggiungere delle imbarcazioni avversarie si aprivano, scivolando anch'esse sull'acqua, avanzavano e poi si richiudevano sulle barche che si trovavano improvvisamente circondate da palizzate interne. Quando le mura si riaprivano sulle barche c'erano solo cadaveri spogliati di ogni cosa.
Non riuscendo a prendere la citta' con un attacco diretto, Federico Barbarossa tento' con uno stratagemma. Informato da un traditore che al centro di Alessandria c'era un isolotto, fece scavare un tunnel sotto l'acquitrino che sbucava sulla terra ferma al centro della  citta'. Poi chiese una tregua sperando che i difensori si ubriacassero;  voleva prendere il caposaldo ribelle facendovi entrare nottetempo un  gruppo di soldati (attraverso la galleria). Ma gli Alessandrini sventarono l'attacco e massacrarono gli incursori.
A questo punto Barbarossa decise che l'unica era eliminare l'acquitrino. Si  provo' prima costruendo un grande pontile di legno ma i ribelli lo  attaccavano di notte mettendolo a fuoco. Allora Barbarossa inizio' a far arrivare centinaia di carri carichi di pietre allo scopo di riempire l'acquitrino trasformandolo in terraferma cosi' da poter, infine, arrivare alle mura di legno e farle a pezzi con le macchine da guerra. L'opera prese del tempo. Intanto in aprile erano iniziate le piogge, i fiumi si erano ingrossati. Il terrapieno era quasi pronto e gia' il prode Federico assaporava il massacro che, come al solito, avrebbe organizzato in grande  stile.
La notte prima dell'ultima battaglia pioveva a dirotto. Sulle mura vennero accesi dei fuochi. A questi altri falo' risposero al di la' dell'accerchiamento imperiale. Altri fuochi ancora brillavano sui fianchi delle colline lungo il corso dei due fiumi in piena fino a raggiungere i monasteri sugli altipiani. C'era un buio pesto quando un boato, sovrasto'  il rumore della pioggia. Un secondo boato si udi' poco dopo. Le due dighe costruite sul Tanaro e il Bormida erano state fatte crollare dai ribelli.
Due valanghe d'acqua si riversarono a valle e anche la terza diga (a monte di Alessandria) crollo' investita dall'acqua. La valle fu inondata  con una violenza spaventosa. Mentre Alessandria, la citta' di barche, si  sollevava sulla marea resistendo, bene o male, all'impatto, l'accampamento del Barbarossa fu devastato. Molti uomini annegarono imprigionati nelle tende, altri travolti dalle masserizie o dagli animali che  si dibattevano nella corrente. Quando l'alba si levo' sul diluvio incessante, migliaia di cadaveri di uomini, cavalli e buoi giacevano nel fango. Gli  imperiali erano senza cibo e avevano perso buona parte delle armi, delle attrezzature e delle bestie; per giunta i ribelli che dall'esterno  appoggiavano Alessandria assediata, iniziarono ad attaccarli continuamente (fino ad allora avevano compiuto solo piccoli agguati e sabotaggi).
Nella pianura allagata gli alessandrini, a bordo di piccole imbarcazioni veloci, attaccavano i resti di quella grande armata, attestati su collinette che emergevano dall'acqua. Di 10.000 soldati che componevano l'esercito  imperiale, poco piu' di 3.000 erano ancora vivi. Diserzioni, imboscate e malattie avevano decimato quella che era stata la piu' potente armata d'Europa. A questo punto un esercito di circa 5.000 soldati avanzo' verso Alessandria. Erano le armate della Lega Lombarda che ricchi commercianti e generali avevano messo insieme rapidamente, visti i successi ottenuti dal popolo con la trappola di Alessandria. Tutti davano il Barbarossa per spacciato ma, astutamente, l'esercito regolare dei lombardi invece di finire l'Imperatore firmo' una tregua e gli accordo' protezione mentre si ritirava verso la Val di Susa, dove resto' a lungo a leccarsi le ferite e riorganizzare l'esercito distrutto. Poi, l'anno  successivo, vi fu la battaglia di Legnano ma e' tutt'altra storia di come ce  la raccontano. Questa e' la vera storia di come Federico fu distrutto dai lombardi, nessun libro scolastico la riporta. Tutta l'attenzione e' concentrata sulla battaglia di Legnano, cantata da quel trombone del  Carducci. Ma anche i fatti di Legnano vengono falsificati all'ovvio scopo  di dare almeno un po' del merito alla fantastica cavalleria lombarda  composto dal fior fiore dei figli dei banchieri, dei ricchi commercianti e  degli imprenditori manifatturieri. 
"Incredibile eh? Ma adesso sono stanco ed e' ora di dormire" disse nonno Adalberto "come e' andata la battaglia di Legnano ve lo racconto la  prossima volta..."

L'assedio di Alessandria

 

LA BATTAGLIA DI LEGNANO: COSA ACCADDE VERAMENTE?

Nonno Adalberto si stava accendendo la solita pipa del dopo-cena quando il giovane nipote Fulgenzio gli chiese di raccontargli la vera storia della battaglia di Legnano. Confidando nel fatto che prima o poi qualcuno avrebbe inventato la Playstation,  nonno Fulgenzio, inizio' a raccontare: "Per armare un nuovo esercito, Barbarossa cedette parte dei suoi domini  personali al nipote Enrico il Leone, in cambio di uomini e denaro.
Quella che l'anno dopo (1176) ritorno' in Lombardia non era pero'  un'armata di invincibili veterani ma un esercito messo assieme in pochi  mesi. Erano comunque molto piu' bravi dei lombardi, visto che nei primi minuti della battaglia essi distruggono completamente tutta la cavalleria. Barbarossa era certo che una volta eliminata la cavalleria non avrebbe potuto incontrare altra resistenza. Ne era tanto sicuro che si mise di persona alla testa dei suoi, quasi si trattasse solo di una caccia al cervo. In effetti per i cavalieri inseguire e uccidere i fanti in fuga in campo aperto  era poco piu' di un gioco. Ma giunti a ridosso della fanteria, gli imperiali si accorsero che nessuno stava fuggendo.
Una moltitudine di fanti malvestiti era schierata davanti a loro; quasi tutti erano sprovvisti di scudi, elmi e armature. Stavano ben schierati lungo un fronte di qualche centinaio di metri. Dietro a loro un unico carro trainato da buoi sul quale stavano una grossa campana e un prete. Pare che il Barbarossa abbia allora mormorato:  "Imbecilli. Un carro con un crocefisso non li salvera'" (che lui, il Barbarossa, non stava mai zitto). La cavalleria germanica riordino' le file e poi parti' alla carica in un  frastuono di zoccoli che colpivano il terreno e di armature che sbattevano.  Evidentemente la lezione di Alessandria non aveva insegnato niente al  Barbarossa.
I fanti erano immobili.
Sudavano freddo ma non si muovevano.
Quando i cavalieri furono a pochi metri dalla prima fila la campana rintocco' potentemente. Come un sol uomo la fanteria lombarda  arretro' di cinque passi lasciando scoperto un istrice di pali appuntiti conficcati nel terreno. La cavalleria non riusci' a fermarsi e sospinta dall'impeto si sfracello' contro la muraglia di spunzoni. Poi, prima che i nemici superstiti potessero riprendersi, i fanti presero ad avanzare. Erano disposti in file, i piu' bassi davanti con aste corte, quelli dietro disposti in ordine di altezza con aste via via piu' lunghe, alle quali erano fissati uncini, asce, falci e martelloni.
Cosi' la prima fila, sviluppando l'idea della falange macedone, poteva combattere con l'appoggio delle file successive. L'idea poi di combinare punte di lancia con attrezzi che agganciavano (permettendo di tirare e disarcionare il cavaliere), con strumenti che colpivano di fendente (asce, falci, martelli, punte disposte lateralmente all'asta, tipo picozze) dava alla fanteria una buona possibilita' contro i nobili a cavallo con  armatura pesante (a patto che fosse stato bloccato l'impeto della carica).
La battaglia si concluse cosi', con un disastro per Barbarossa.
L'Imperatore resto' ferito e solo a stento riusci' a guadare il Ticino nella notte e a fuggire inseguito da un contingente di cavalleria lombarda che (come sempre accade nelle battaglie migliori) era arrivato in ritardo e, non avendo fatto in tempo a farsi massacrare durante la prima carica, cercava ora di passare alla storia inseguendo i fuggiaschi. Del famoso Alberto da Giussano cantato dal Carducci non vi e' traccia: che non sia mai  esistito?"

Domande alle quali cerco di dare risposta

1) Ci sono tracce storiche o visibili sul terreno delle due dighe? Usando le mappe di Google ho individuato alcune strettoie nelle valli a monte di Alessandria. Lungo il Tanaro l’unico punto decente per fare una diga con un fronte di una misura compatibile con i mezzi degli alessandrini mi sembra presso Castello di Annone, dopo la strettoia si apre una grande valle. Inoltre da quel che si vede dalle foto satellitari sembrerebbero esserci dei rialzi sul terreno che potrebbero essere resti di una diga di terra. Per il Bormida il discorso e' piu' complesso. Potrebbe essere stata costruita presso Monastero Bormida (che pare centri con l’ordine monastico degli Umiliati) e da quel che ho capito e' stato fondato proprio poco prima o forse contemporaneamente ad Alessandria. Monastero Bormida e' giusto in una strettoia adatta a una diga e ce n’e' un’altra poco piu' giu' verso Alessandria. Dal punto di vista del terreno, piu' vicino a Alessandria, sul torrente Orba, affluente del Bormida, c’e' Pratalborato, dove il torrente assume una forma particolare (poco piu' a nord dell’abitato, verso Alessandria). Un terzo punto e' risalendo il Bormida, dopo Terzo, prima di Bistagno. “Bistagno” potrebbe essere un nome legato a un ristagno d’acqua o a un doppio stagno? Nelle foto, vicino al punto piu' stretto si vede una fabbrica o un grande allevamento (o simili). I racconti parlano anche di una diga all’incontro dei due fiumi ma non mi sembra abbia senso, Barbarossa l’avrebbe fatta demolire subito per prosciugare la palude intorno ad Alessandria. C’e' invece un punto, poco prima di Alessandria che si puo' individuare tirando una linea tra Castello Bormida e Solero, qui il terreno ha molti rialzi e non sarebbe impensabile la costruzione di una argine basso, anche se sarebbe stato un lavoro titanico. In questo caso “Una diga all’incontro dei due fiumi” potrebbe essere una frase sensata. Infatti oggi i due fiumi si incontrano dopo Alessandria ma a quei tempi era tutta una palude e entrambi i fiumi si incontravano grossomodo, suppongo, in corrispondenza di questa linea. Un argine avrebbe creato una palude alta e una bassa. In questo caso e' chiaro che Barbarossa si sarebbe guardato bene dal toccare questa diga perché avrebbe ulteriormente allagato intorno a Alessandria. Presso Felizzano c’e' attualmente una diga, ma non credo c’entri qualcosa.

2) All’inizio degli anni settanta a mio padre, alla fine di uno spettacolo, venne consegnato un fascicolo ciclostilato che citava un documento custodito in un monastero della zona che citava la collaborazione dei frati alla costruzione delle tre dighe. Questo fascicolo negli anni e' stato smarrito. Qualcuno ne sa qualcosa? Ci sono effettivamente monasteri o parrocchie nella zona dove andare a informarsi? Qualche sessantottino appassionato di storia puo' ricordarsi qualche cosa?

3) Nella cronaca germanica dell’imperatore la narrazione dell’assedio si interrompe subito dopo che Barbarossa da' l’ordine di attacco, appena arriva di fronte a Alessandria. La narrazione riprende senza spiegazioni quando Barbarossa torna a Aosta a leccarsi le ferite. Ci sono narrazioni tedesche dell’assedio? Cenni, citazioni o qualsiasi altra cosa?

4) Negli annali di Milano si dice poco niente sulla meccanica dell’assedio e sul sistema difensivo della citta'. Non ho trovato alcun altro documento storico se non una citazione di una riga dentro le cronache genovesi. Secondo queste un gruppo di soldati di Genova che combattevano a fianco del Barbarossa, che manovravano le macchine da guerra (erano all’interno, probabilmente di torri o simili) rischiarono di morire tutti nell’incendio delle stesse.

5) Qualcuno ha notizia di redazioni delle narrazioni popolari sull’assedio?

6) Anche sulla battaglia di Legnano cerco qualunque fonte o dato storico.

Ovviamente qualunque altra informazione e' preziosa visto che di dettagli sull’assedio di Alessandria non c’e' quasi niente, al di la' della storia della galleria scavata dal Barbarossa per sorprendere gli alessandrini durante la tregua di Pasqua e del successivo massacro di tedeschi; la leggenda di Baudolino, poi, tecnicamente non e' credibile perché non spiega come pote' resistere per 6 mesi, a un esercito di 20 mila uomini con macchine d’assedio formidabili, una citta' con mura di fango e pali.

Jacopo Fo

Castello di Annone

CASTELLO DI ANNONE SUL TANARO

MONASTERO BORMIDA

TERZO

PRATALBORATO

CONFLUENZA TANARO-BORMIDA NELLA PALUDE

 

 

 

Pessimismo Cosmico e Gnocca Globale

di Jacopo Fo

Articolo scritto nel 2000

Ci sono informazioni che sanno tutti, che i giornali pubblicano regolarmente ma che non vengono mai messe una vicina all'altra. Facendolo si scoprirebbero aspetti del nostro mondo molto negativi e molto positivi. Si scoprirebbe che il mondo sta cambiando alla velocità della luce e che il futuro, se ci sarà, sarà meraviglioso. Questo breve saggio è scritto non per avvelenarti con altre cattive notizie ma per farti vedere come oggi ci sia realmente ala possibilità di iniziare a vivere su questo pianeta in modo degno. Succederà se un numero sufficiente di esseri umani farà alcune scelte banali, convenienti e piacevoli. Se questo non accadrà, entro 5 anni sarà messa in discussione la sopravvivenza stessa dell'umanità e passeremo alla storia come la prima specie animale che si è suicidata. Sui libri di storia degli scarafaggi saremo descritti come i più grandi coglioni della galassia. Ma io sono convinto che, dopo 6 millenni di guerre e violenze si sia arrivati a girare pagina.
Ho fede nell'umanità, nella sua immensa capacità di amare, sentire ragionare e lavorare. Sono convinto che la passione umana può spostare le montagne, e che sapremo nel prossimo secolo riparare i danni che l'inquinamento ha fatto al nostro dolce pianeta e che la violenza ha inciso nella nostra cultura. So di sembrare un pazzo e che è difficile credere che questo possa succedere.
D'altronde sarebbe stato preso per folle chiunque avesse predetto l'esplosione della ribellione mondiale del '68 o la caduta del Muro di Berlino solo trenta giorni prima che accadesse. Gli economisti i politologi e i sociologi non considerano mai il fatto che la storia si muove a balzi.

Poi Obama telefono' a Veltroni

Poi Obama telefono’ a Veltroni e gli disse: “Tu are Democratic Party, niar me. Woth cavolo tu fai paisa’? Way tu no winner? All times tu perd the election! All deis piagnones. Change mi friend. Whi can. Tu can. Tu possi.”
Obama parla un italiano caotico per via di un suo zio acquisito che era italo americano.
Ma visto che Walter non capiva gli ha passato Hillary Clinton che parla italiano come uno scaricatore di porto genovese per via di un filarino che aveva al liceo.
E Hillary ha detto a Walter: “Ti manca una proposta, belin, ti devi svegliare, hai capito o no come funziona la rivoluzione delle ecotecnologie che si finanzia da sola con i soldi risparmiati? Cioe’ noi creeremo 5 milioni di posti di lavoro, belin, si rilanciano gli investimenti, si aumenta l’incasso dell’Iva, si rende piu’ competitiva l’industria nazionale.” E poi visto che Walter non capiva gli ha passato Eddy Murphy che ha un cognato di Bari: “Ascolta amme’, Walter, non e’ difficile. Tu hai 5 patete, hai presente le patete, quelle che si mangieno fritte? Allora tu butti via le patete. Perche’ chederei tu? Perche’ si nu rimbembito. Butti via le patete perche’ non isoli la tua chesa. Tieni lu tetto che tutto il cheldo si ne va via. Allora si tu isola il tetto della chesa, non butti via le patete. Risparmi 5 patete, 4 ti serveno per paghere il mutuo della benca che t’ha presteto li dineri per isolere la chesa e una pateta te la magni invece de buttarla.”
“E cioe’?” Chiese Weltroni che ancora non aveva capito un chezzo. Allora Eddie gli dice: “Va beh, ti mando Sharon Stone ca’ te lo spiega ella.”
Bussano alla porta ed entra Sharon. Veltroni e’ molto emozionato. Come da piccolo quando Berlinguer lo prendeva in braccio e gli comprava una gazzosa.

Chi potrebbe essere l’Obama italiano?

Questo si chiedeva la gente nel novembre del 2008.
La sinistra era allo sfascio, per buona parte diventata extraparlamentare.
Leader bolsi annaspavano nella melassa berlusconiana.
L’Italia stava precipitando in fondo a tutte le statistiche dei paesi industrializzati.
La scuola piu' scassata, la ricerca piu' pezzente, la corruzione piu' alta, la mancanza di pluralismo nell’informazione ai vertici mondiali, la disoccupazione in crescita, il debito pubblico pro capite piu' alto del mondo.
Questa era una cosa che nessuno aveva il coraggio di dire: l’Italia aveva il secondo debito pubblico al mondo come cifra complessiva, dietro agli Stati Uniti d’America. Ma se si calcolava il debito complessivo e lo si divideva per il numero dei cittadini, ogni italiano era virtualmente responsabile di una fetta di debito pubblico piu' pesante.
Ci si chiedeva: chi ci salvera'?
Domanda non onorevole. Povero il popolo che ha bisogno di eroi. Giusto. In effetti il popolo italiano era povero di ideali, etica, fantasia, fiducia. Gli statunitensi avevano goduto del miracolo Obama, beati loro. In Italia ci si chiedeva dove fosse nascosto il potenziale Buddha Salvatore.
Lo si cercava tra i sindaci efficienti, tra i capipolo radicati nel territorio, tra le donne che si erano battute per l’integrazione degli esclusi.
Poi successe il miracolo. E come sempre accade, fu stupefacentemente inaspettato.
Accadde, assurdo, durante una partita della Juventus.
Alessandro Del Piero, con il suo aplomb da farmacista, aveva segnato ancora un goal impossibile, aveva fatto il giro del campo con la lingua fuori, aveva raccolto le ovazioni dei tifosi della sua squadra e anche di quelli della squadra avversaria, come ormai gli accadeva di sovente.

INDICE I Romanzi e le storie di Jacopo Fo




I ROMANZI E LE STORIE DI JACOPO FO

26/11/2008

Pessimismo Cosmico e Gnocca Globale

di Jacopo Fo

Articolo scritto nel 2000

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